Vince solo l'estremismo di centro
Dal cantiere della metropolitana di Riad (dove stanno operando alcune imprese italiane), è arrivata una dichiarazione di guerra di Matteo Renzi. «L’Italia non è fatta da chi sa solo urlare e insultare per strada. Basta con chi vuole bloccare il Paese: noi rimettiamo l’Italia al suo posto nel mondo».
Nel mirino del presidente del Consiglio (e segretario del Partito democratico) c’è, naturalmente, la fitta ed euforica brigata che domenica occupava il palco di Piazza Maggiore a Bologna, dove la transizione della leadership del centrodestra (in corso ormai da qualche tempo) è andata plasticamente in scena a beneficio dei suoi militanti.
O, per meglio dire, la leadership di quella parte politica che si presenta ormai in maniera integrale come destra molto più che centro-destra, permettendoci così di vedere in atto l’ennesimo segnale della riconfigurazione del sistema partitico italiano. Il bipolarismo da “Paese normale” (che mai ha davvero e compiutamente attecchito) tra centrodestra e centrosinistra sembra difatti lasciare sempre maggiormente il passo a un sistema politico intento a riorganizzarsi intorno al clivage tra forze governiste e formazioni populiste. Che è quello che traspare anche, una volta di più, dalle parole pronunciate da Renzi nella capitale dell’Arabia Saudita.
Il presidente del Consiglio prefigura infatti, e ritaglia per il suo Pd-Partito della nazione, una situazione nella quale vi sarà una forza politica di establishment e garanzia dell’ordine contrapposta a partiti e movimenti “irresponsabili” e “sfascisti”. Naturalmente l’ottica rivendicata da Matteo Salvini, Giorgia Meloni e il pezzo di Forza Italia (Silvio Berlusconi in testa) che rispolvera un nuovo “forzaleghismo” risulta antitetica rispetto a quanto viene loro attribuito da Renzi, ma il posizionamento va precisamente in quella direzione.
Per semplificare: Partito della nazione contro “Legaforzismo” – rimodulando l'espressione coniata qualche tempo fa da Edmondo Berselli, perché i rapporti di forza e appunto la leadership (come ha mostrato la piazza della ex rossa Bologna) si rivelano invertiti rispetto alla lunghissima stagione del berlusconismo, ora arrivato, nella sua dimensione politica, al definitivo e inequivocabile finale di partita, e “di partito”, tra transfughi, scissioni, e spinte centrifughe.
Uno “schema di gioco” rispetto al quale entrambi i “Matteo” a capo delle due forze in via di profilazione trovano in prospettiva opportunità e vantaggi. Renzi intravede in questa “ristrutturazione” la possibilità di occupare stabilmente il centro (il solo spazio politico da cui si governa, di fatto, in questo nostro Paese), schiacciando i competitor sulle ali e trasformandoli agli occhi dell’opinione pubblica in due varianti, “di destra” e “di sinistra”, dello stesso “impresentabile” oggetto politico: il populismo.
E scommettendo così su un contesto di elevata pluralità di questo tipo di offerta politica che non faccia del Movimento 5 stelle il primo partito. Anche se – siamo ancora nel campo del futuribile e della “fantapolitica”… – potrebbe finire per sottovalutare troppo (e in maniera “letale”) un’incognita di questa equazione. Se la saldatura tra i “partiti populisti” risulta praticamente impossibile, fornendo così al premier rassicurazione rispetto all’efficienza del suo (non particolarmente originale) modello divide (sulle ali) et impera, i loro elettorati potrebbero invece avere molto più facilmente scambi e “contaminazioni” e, dunque, anche convergenze proprio in nome della nuova issue che sta acquisendo una crescente centralità.
Vale a dire la frattura tra renzismo e anti-renzismo, surrogato per certi versi di quella, a lungo egemonica, tra berlusconismo e antiberlusconismo. E, in tal caso, gli antirenziani di ogni colore e orientamento “ideologico” potrebbero votare per la forza politica che, approvato l’Italicum in versione doppioturnista (e salvo colpi di scena), finisse al ballottaggio con il Pd.
Nell’altro campo, invece, si proietta verso un futuro assai prossimo di radicamento e consolidamento la leadership in solitaria (tenacemente ed efficacemente perseguita) di Salvini. Solo che, come evidente, lui sarà il capo della destra anziché di un più largo centrodestra, come era avvenuto con Berlusconi che, nostalgicamente (e non più al passo con i tempi), con la sua presenza bolognese di domenica ha provato a giocarsi questa fiche. Che non è più però da tempo una golden share su quello schieramento.
E così si conferma, nuovamente, la quasi impossibilità di una “destra normale” (ovvero liberalconservatrice) in Italia, cannibalizzata dalla retorica e dalla narrazione populiste. In sintonia, tuttavia, questa volta con una serie di tendenze che da tempo stanno percorrendo il continente europeo; e a riprova di come, alla stretta decisiva, emerga la natura profonda di una parte assai nutrita dei cosiddetti “moderati” del nostro Paese. Che tali, in effetti, non sono, ma rivelano connotati ben più radicalizzati (“estremisti di centro”, più che centristi moderati) di quanto il discorso politico abbia accreditato nel corso degli anni della cosiddetta Seconda Repubblica.
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