Tragedia di Cherry, c’era anche un borettese
Fu tra i 21 superstiti, 106 anni fa, del dramma in miniera: in un diario raccontò gli otto giorni di terrore
BORETTO. “Si può sradicare un uomo dalla sua terra ma non si può sradicare questa terra dal cuore dell’uomo”. Così recita la lapide affissa sul muro della stazione (oggi sede del comando di polizia municipale) intitolata ad Antenore Quartaroli, emigrato borettese del quale in pochissimi conoscono la storia ma che, nel suo piccolo, ha rivestito un ruolo fondamentale nella tragedia che ha vissuto.
Domani saranno trascorsi 106 anni dal 13 novembre 1909 quando a Cherry, nell’Illinois (Stati Uniti), 259 persone morirono in una miniera, a causa dell’improvviso scoppio di un incendio. Tra questi, oltre 60 erano italiani, giunti in America in particolare dalle province di Modena e Bologna. Quartaroli, insieme a un’altra ventina di persone (poi definiti “eighty day man”), fu tra i fortunati a sopravvivere, dopo essere rimasti otto giorni intrappolati, ed è l’autore di un preziosissimo memoriale che racconta quell’odissea, conclusasi soltanto il 21 novembre.
Nel corso di quei giorni i ventun minatori persero via via le speranze di salvarsi, tanto che scrissero diverse lettere d’addio ai familiari, ritenendosi ormai spacciati. Ma, con le ultime energie rimaste, alcuni di loro riuscirono ad abbattere una barricata e percorrere un tunnel che li portò alla salvezza. L’eco della tragedia arrivò anche in Italia e un paio di settimane dopo le vittime del disastro vennero ricordate sul settimanale “La domenica del Corriere”, che dedicò loro una delle sue celebri copertine.
La vicenda di Quartaroli è venuta alla ribalta all’inizio degli anni Duemila quando, per caso, il borettese Lorenzo Laccabò entrò in possesso di una stampa del diario originale di Quartaroli, in un mercatino di Sant’Ilario. L’amministrazione comunale dell’epoca decise di contribuire a una nuova edizione dell’opera e un gruppo di appassionati si adoperò per tradurla e arricchirla di informazioni, anche grazie all’aiuto di alcuni lontani discendenti dell’autore.
Quartaroli, nato nel 1883, partì per l’America in cerca di fortuna e, pur di guadagnarsi da vivere, accettò di fare il minatore insieme a tanti altri italiani (per lo più montanari).
La sua esistenza non fu fortunata, in quanto morì nove anni dopo il disastro di Cherry, di appendicite, a soli 35 anni. Era stato un attivista socialista e sposò l’emiliana Erminia Castelli che, rimasta vedova, affiderà i figli a un orfanotrofio e tornerà in Italia da antifascista. Ma il clima troppo pesante la spingerà a far ritorno in America, per vestire i panni della crocerossina.
Il contributo di Quartaroli nel fare chiarezza sulla vicenda di Cherry risultò fondamentale in quanto le sue parole genuine («il lettore si scuserà se trova quache errore, perché io sono un semplice operaio e non un romanziere però assicuro che ho scritto solo la verità») divennero un documento preziosissimo di un disastro che ancora oggi a Cherry viene ricordato da tutta la comunità locale e proprio lì viene conservato gelosamente, in biblioteca, il suo diario originale.
Nel 2004, anche Boretto decise di ricordare Quartaroli: la lapide, realizzata dal professor Neveo Cacciani, sarà il simbolo perenne di una storia di emigrazione, lavoro e coraggio.
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