L’addio al piccolo Davide, morto di leucemia: «È tutta colpa della ricerca, che non esiste»
La mamma: «Curato con il protocollo del 2005, possibile che in 10 anni non sia cambiato nulla?»
CAVRIAGO. «Mio figlio è morto perché non c’erano più cure per lui». È la verità di una madre, Lidia Salami, che dopo quattro anni di lotta si è dovuta arrendere alla realtà. Una realtà che fa rabbrividire. E fa arrabbiare.
«Voglio che si sappia – afferma con voce tagliente la mamma di Davide Lo Sardo, il piccolo di 10 anni morto dopo aver combattuto a lungo contro la leucemia – voglio che tutti, anche chi non è incappato in una situazione terribile come la nostra, tutti sappiano che la ricerca in Italia fa schifo. Anzi, che non esiste proprio. È ferma a dieci anni fa almeno, e non serve a niente». [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.12457321:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2015/11/17/news/dramma-a-cavriago-muore-di-leucemia-a-dieci-anni-1.12457321]]
Lo dice senza paura, mamma Lidia, ripercorrendo, mentalmente, le tappe del calvario che il suo bambino, e lei con lui, hanno dovuto sopportare: la scoperta terribile della malattia, a soli sei anni, e poi le chemioterapie, ripetute e dolorose, il trapianto, la convalescenza non senza conseguenze, l’apparente guarigione, e di nuovo la ricaduta, un anno e mezzo dopo, quando Davide aveva iniziato a sperare, quando aveva anche ripreso a giocare a calcio.
«Il mio bambino era speciale e non lo dico perché sono sua madre. In quattro anni di malattia – ricorda Lidia – non si è mai lamentato, stava sempre bene, pensava a noi più che a se stesso. Dopo un tormento così lungo avrebbe anche potuto cambiare, avrebbe potuto cedere, invece no. Lui era combattivo, forte, ha superato tutte le difficoltà con il sorriso: le chemio, il Fuoco di Sant’Antonio, le conseguenze del trapianto. “Piangi”, gli dicevo, “Devi piangere, non puoi tenerti tutto dentro”. Ci sono riuscita solo questa settimana», le si rompe la voce.
Ma dentro la rabbia sale, e porta a galla parole che da tanto tempo, forse, volevano uscire. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:foto-e-video:1.12462013:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/foto-e-video/2015/11/17/fotogalleria/il-celtic-pratina-sospende-gli-allenamenti-dopo-la-morte-del-piccolo-davide-1.12462013]]
«Quando mio figlio si è ammalato – urla, a questo punto, Lidia Salami – hanno iniziato a curarlo con il protocollo del 2005. Mio figlio è morto ieri, nel 2015, a dieci anni dalla creazione di quel protocollo. Possibile che in dieci anni non sia cambiato niente? Possibile che non siano stati fatti passi avanti? Che la ricerca non abbia trovato strade nuove e alternative? Quando dicono che adesso si salva l’80% dei bambini malati di leucemia, mentono. Io sono stata per quattro anni negli ospedali, fuori e dentro, e li ho visti morire quei bambini. Su dieci malati, ne muoiono almeno cinque».
Parole dure, maturate anno dopo anno, sempre al fianco del suo bambino.
«Quando dopo un anno e mezzo dal trapianto, Davide ha avuto la ricaduta – racconta la mamma – abbiamo provato di tutto, perché sapevamo che, in base al protocollo, gli restava un’unica chemio. Abbiamo provato anche una cura sperimentale usando i linfociti di mia figlia Martina, che era stata donatrice per il trapianto, anche se i medici ci davano dei pazzi e non ci supportavano. Purtroppo non c’è stato niente da fare, abbiamo dovuto fare l’ultima chemioterapia e sperare che pulisse il midollo per poi effettuare un altro trapianto. Non è successo. E anche se Davide avrebbe potuto sopportare altre cure, a giugno ce l’hanno restituito e ci hanno detto che non c’erano più speranze. Ma cosa hanno fatto in questi anni con i soldi per la ricerca?», si chiede Lidia.
E la risposta arriva, brutale ma ragionata: «Li hanno usati per acquistare farmaci, che non servono a curare i malati ma a tenerli in vita più a lungo, in modo che comprino sempre più medicine facendo gli interessi delle case farmaceutiche. Non incolpo i dottori – conclude, quasi stremata, la mamma di Davide – perché loro devono attenersi al protocollo e spesso, non sempre, sanno anche essere molto umani. La colpa è tutta della ricerca, che non c’è».
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