Gazzetta di Reggio

Reggio

«Alberto, una mina vagante con un cuore immenso»

di Chiara Cabassa
«Alberto, una mina vagante con un cuore immenso»

Renato Negri racconta: «Avevamo 8 anni ed eravamo le mascotte del Valli» Questa mattina in duomo sarà all’organo per l’ultimo saluto all’amico di sempre

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REGGIO EMILIA. «Non potevamo essere più diversi. Lui sempre desideroso di farsi vedere, io nascosto nelle cantorìe delle chiese. Eppure era stata la musica a farci incontrare, da bambini...». Renato Negri, direttore d’orchestra e docente di organo al Peri, sarà questa mattina in duomo per l’addio ad Alberto Agazzani. E sarà lassù, ancora una volta nascosto nella cantorìa, a dedicare all’amico, che ha deciso di andarsene per sempre, quella musica che per decenni hanno condiviso.

«Avevamo solo 8 anni - ricorda Negri avvertendo che qualche lacrima potrebbe suo malgrado scendere - ed eravamo le mascotte del Valli. Io avevo iniziato a frequentare addirittura a 4 anni, era una passione di famiglia. Per lui è stata una folgorazione. Stavamo ore in fila al botteghino per fare l’abbonamento alla stagione sinfonica o all’opera. E una volta finimmo anche sul giornale perché Alberto aveva creato qualche problema durante l’attesa... “Apre il botteghino ed è subito bagarre”, aveva titolato la Gazzetta. Dietro la bagarre c’era un ragazzino di 10 anni».

Difficile immaginare come fosse Alberto a quell’età. Ma Renato Negri ha l’immagine ben scolpita davanti agli occhi: «Alberto da bambino? Era così. Come tutti lo hanno conosciuto. Sempre elegante, curato, perfetto, non un capello fuori posto. Ma anche esuberante, eccessivo, la risposta sempre pronta, un Oscar Wilde in miniatura. Passavamo le serate a teatro. C’erano tre repliche di un’opera? Andavano a tutte e tre. Poi restavamo a parlare per ore di quello che avevamo visto e ascoltato, e alla mattina a scuola puntualmente ci addormentavamo sul banco. E’ strano pensarci ora. Eravamo solo dei ragazzini ma avevamo interessi da adulti. La musica per noi era tutto». E abbassato il sipario, chiuse le porte del teatro, la musica continuava. «Ci incontravamo a casa mia o a casa sua e passavamo intere giornate ad ascoltare soprattutto Bruckner, Wagner e Mahler, i suoi compositori preferiti. Per me andare da lui, in via Mameli dove abitava a quel tempo, era una festa. Perché aveva molti più dischi di me, davvero un’esagerazione. Della stessa opera possedeva magari sei edizioni. Ed era già allora estremamente generoso: mi prestava tutti i dischi che volevo, ma poi dovevo ascoltarli attentamente perché il giorno dopo mi avrebbe interrogato. E non potevo bluffare. Era un vero musicofilo». Poi però è stato Renato Negri a diventare un musicista... «E lo sono diventato grazie ad Alberto. Stava per ore ad ascoltarmi mentre ero all’organo. E mi spronava a studiare, con i suoi modi già allora burberi e perentori. E’ stato lui a convincermi che quella era la mia strada. Lui no. Lui era coltissimo, conosceva la musica che era una meraviglia. Aveva intuizioni uniche. Ma non avrebbe mai potuto eseguire la musica. Per diventare musicisti serve applicazione, pazienza, studio... lui era una mina vagante». Una mina vagante?

«Era l’uomo più buono che abbia mai conosciuto. Lo era fin da piccolo. Aveva perso la mamma quando era ancora bambino, anche questo ci accomunava, e penso che avesse un gran bisogno di affetto. Un bisogno che dimostrava a modo suo, non certo elemosinando l’amicizia ma cercando ogni volta delle conferme. Ed era estremamente intelligente. Con una sensibilità non facile da trovare. Aveva dei colpi di vero genio. Lo ripetevo sempre anche a lui e gliel’ho detto anche recentemente quando sono andato a trovarlo all’ospedale a Correggio: nella vita avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, sarebbe riuscito ad andare molto lontano... se non avesse avuto quel carattere. Che, paradossalmente, era la stessa cifra che lo rendeva così speciale. Ma ripeto, era una mina vagante. Non era disposto a confrontarsi, a mediare, a mettersi in discussione, ad accettare compromessi. Ed è lo stesso motivo per cui è stato tanto amato ma anche tanto odiato».

Negri guarda indietro, molto indietro, e sono tanti gli episodi che si rincorrono nella sua mente. «Avevamo 16 anni, io avevo appena comprato una Vespa 125 e con quella andammo all’Arena di Verona per vedere “Il Trovatore” di Verdi. In scena c’era tanta tantissima legna, e lui ha iniziato a urlare “bruciate quella legna, bruciatela tutta...” mentre la gente indignata si voltava chiedendosi chi stava osando tanto. Dopo l’opera naturalmente siamo andati a cena, perché ad Alberto è sempre piaciuto trattarsi bene e godersi la vita, guai partire senza avere cenato nel localino elegante che aveva scelto. Poi, sulla via di ritorno, la Vespa ci ha lasciato a piedi e naturalmente è stato lui a bloccare il traffico per trovare un passaggio». «E ancora quella volta al Regio di Parma quando ha iniziato a inveire contro Cecilia Gasdia e le maschere lo hanno portato fuori... D’altra parte ogni volta, con lui, non si sapeva come sarebbe andata a finire».

Ma ora, per Renato Negri, è ora di guardare avanti. E per l’ultimo saluto ad Alberto ha già deciso quali brani eseguirestamani in duomo. Partendo da “Lascia che io pianga” dal “Rinaldo” di Haendel seguito dal primo contrappunto dell’Arte delle Fuga di Bach per passare poi alla “Lacrimosa” dal Requiem di Mozart e concludere con la “Passacaglia” di Bach.

Ma Negri guarda oltre: il prossimo anno, per la rassegna “Soli Deo Gloria”, ci sarà un appuntamento tutto dedicato ad Agazzani: la terza Sinfonia che Buckner ha dedicato a Wagner nella trascrizione di Mahler. Interpreti d’eccezione Manila Santini e Aldo Orvieto. «Ad Aberto sicuramente piacerà... amava così tanto la vita».

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