«La madre non influenzò i Servizi sociali»
Scandiano, dopo la sentenza della Corte europea a favore del padre che non poteva vedere il figlio
SCANDIANO. «I servizi sociali hanno sempre agito seguendo le indicazioni dei tribunali e senza farsi influenzare da nessun legame e da nessuna questione esterna». Tocca a Luca Benecchi, responsabile dei Servizi sociali dell’Unione Tresinaro-Secchia, fare chiarezza sulla posizione dell’ufficio tirato in ballo dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, che martedì ha riconosciuto le ragioni di un 51entne padre scandianese. L’uomo ha presentato ricorso contro le limitazioni imposte alle sue visite al figlio avuto con una donna reggiana, e la causa iniziata nel 2012 ha ottenuto un primo verdetto europeo, in cui si parla anche dei servizi sociali scandianesi.
Secondo il 51enne, i servizi sociali sarebbero stati legati alla sua ex compagna per motivi professionali – la donna è una dipendente dell’Ausl reggiana – e lui proprio per questo aveva chiesto che la questione fosse affidata allo sportello sociale di un altro Comune. I tribunali italiani non hanno mai riconosciuto questa pretesa, tanto che l’uomo ha deciso nel 2012 di provare a Strasburgo. E la sentenza europea è molto dura e chiara. I tribunali italiani «non hanno adottato nessuna misura appropriata per proteggere i diritti e prendere in considerazione gli interessi del ricorrente».
Né hanno considerato rilevanti i «chiari legami professionali tra la madre del bambino e i servizi sociali di Scandiano che hanno redatto le valutazioni negative che hanno poi condotto a una forte limitazione del diritto dell’uomo a vedere il figlio».
La sentenza ha come parte “sconfitta” l’Avvocatura dello Stato italiano, e ora resta da capire come si proseguirà: se l’Avvocatura presenterà richiesta di appello contro la sentenza della Corte europea o se deciderà di adeguarsi alle indicazioni, rimettendo mano alle precedenti decisioni.
Passerà del tempo, prima che eventualmente si arrivi agli uffici scandianesi per la pratica legale. I servizi sociali rimangono in attesa, come tutte le altre parti in causa, e il referente Benecchi sottolinea come le loro scelte siano state conseguenti alle decisioni dei tribunali, e che la professione della madre del bimbo, dipendente Ausl, non abbia «minimamente influito sul procedimento».
La parte avversa ovviamente sostiene un’altra versione, soprattutto perché alcune scelte dei tribunali sarebbero considerate “figlie” dei pareri e dei rapporti dei servizi sociali, le prime istituzioni che hanno dovuto confrontarsi direttamente con la problematica. Una vicenda estremamente complessa, con connessioni giuridiche europee e italiane che non facilitano la soluzione del problema. In base alla sentenza della Corte europea, l’uomo dovrà comunque avere quantomeno un alleggerimento delle restrizioni stabilite dai giudici italiani, quindi avere maggiori possibilità di vedere il figlio, e in situazioni meno controllate rispetto a quelle attuali. (adr.ar.)
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