“App” a Montecchio significa aiutare i ragazzi in difficoltà
Si inaugurano questa mattina la sede e un nuovo progetto grazie al Comune, alla Manodori e ai fratelli Bertani
MONTECCHIO. Si chiama “App”, come le applicazioni per i telefoni di ultima generazione, ma anche come diminutivo di appartenenza, il nuovo progetto rivolto ai ragazzi dagli 11 ai 15 anni che viene inaugurato stamani (in occasione della giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza) nella vecchia sede della cooperativa L’Olmo in via Fratelli Cervi 7.
Realizzato grazie al Comune capodistretto della Val d'Enza (proprietario dell’immobile) e alla generosa donazione dei fratelli Luigi e Maria Bertani, il nuovo progetto – rivolto a ragazzi con difficoltà di apprendimento le cui famiglie sono seguite dai servizi sociali – ha ricevuto un contributo dalla Fondazione Manodori.
«Siamo partiti un anno fa – racconta Margherita Merotto, responsabile del servizio sociale montecchiese – in un appartamento di Bibbiano. Al nostro fianco, gli educatori del servizio sociale e un gruppo di adulti accoglienti, che hanno fatto il percorso per l’affido e che sanno di cosa stiamo parlando. Sapevamo che per sistemare questi spazi che abbiamo definito “di contaminazione educativa”, avevamo bisogno di un anno e di capire quali potevano essere le esigenze dei nostri ragazzi. Ora siamo pronti».
Parla al plurale.
«Assieme a me hanno lavorato a questo progetto Federica Anghinolfi (responsabile del servizio sociale integrato dell’Unione) e Barbara Canei (anche lei nell’Unione). Senza dimenticare i volontari che ci hanno aiutato a montare gli arredi e i lampadari e l’Auser».
Quali sono le finalità di questo progetto rivolto ai giovani?
«Le App nascono con un filo logico, poi vengono adattate alle esigenze degli utenti. Noi volevamo imitare questo aspetto. Adattare la nostra esperienza alle esigenze di quei ragazzi che vorranno stare con noi. Qui potranno stare assieme, fare i compiti, giocare e vivere come in famiglia, assieme ad altri ragazzi».
Per poi tornare alle loro famiglie la sera?
«Qui entra in gioco il concetto di appartenenza. Normalmente, questi ragazzi, sarebbero stati tolti alle famiglie naturali per finire lontano dalle proprie radici. Ora possono invece andare nella loro scuola; praticare lo sport preferito come gli altri, ma avere un luogo protetto nel quale vivere il resto del loro tempo. Un luogo, però, in cui hanno obblighi precisi, come i turni per sparecchiare la cucina o spazzare o lavare i piatti. Tornare a casa consente di mantenere quella normalità che troppo spesso viene persa togliendoli alle loro famiglie. Al momento seguiamo 12 ragazzi ma entro i primi di gennaio puntiamo ad arrivare a 16, accogliendo anche le domande che attendono risposte».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
