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Mora: «Sulla cooperazione anche il sindacato è stato a guardare»

di Luciano Salsi
Mora: «Sulla cooperazione anche il sindacato è stato a guardare»

Il dibattito della Cgil affronta il tema a viso aperto. Pedroni, Coop Italia: «La governance devono deciderla i soci»

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REGGIO EMILIA. La trasparenza è arrivata anche nel movimento cooperativo. Dopo tanti disastri si scoperchiano i sepolcri dell'abbandono degli ideali originari e dell'assimilazione di modelli privatistici, fino alla corruzione, a tangentopoli e a mafia capitale. E neppure la cittadella reggiana, culla prampoliniana e solido baluardo del cooperativismo, si salva dallo sfacelo.

I panni sporchi sono stati lavati in pubblico nella tavola rotonda tenuta nel salone Di Vittorio della Camera del Lavoro. La Cgil, che l'ha organizzata insieme al Centro studi R60, alla fondazione Claudio Sabbatini e alla rivista Inchiesta, ha sostenuto la diatriba con l'autorevolezza del movimento sindacale, il quale alla fine dell'Ottocento aveva fondato il riformismo socialista sullo stretto rapporto con le cooperative e i municipi. Nessuna nostalgia per una stagione irrimediabilmente conclusa, ma la necessità di andare fino in fondo nella critica e nell'autocritica s'è imposta.

Guido Mora, segretario della Camera del Lavoro, non ha risparmiato la sua organizzazione: «Il sindacato - ha detto - ha avuto un ruolo passivo. Ha rinunciato a mettersi in campo, rassegnandosi ad essere emarginato, mentre le cooperative di produzione e lavoro venivano condotte a un esito drammatico dai pochi che le avevano in mano. Negli ultimi anni si moltiplicavano i segnali che le cose peggioravano, ma non c'era un'autentica reazione. I soci continuavano a dare ai manager una delega in bianco».

Neppure le cooperative di servizio si salvano dalla degenerazione. Guido Mora risparmia soltanto Coopservice. «Il resto - afferma - è un puzzle di aziende usate per ridurre i diritti nell'esternalizzazione e nell'appalto delle lavorazioni, per abbassare le retribuzioni al di sotto dei contratti nazionali. Il caso della Gfe di Campegine, che pure era legata a Confcooperative, è emblematico».

Il problema, però, è soprattutto quello delle cooperative spurie, cresciuto vistosamente negli ultimi tempi. Più della metà sfugge al controllo delle centrali. Qualche barlume di speranza l'hanno mostrato il sociologo Giovanni Moro, che prospetta le nuove forme di mutualismo nate dall'esperienza della Grecia, e Gianni Rinaldini, presidente della fondazione Sabbatini, che ha detto: «Oggi ci sono ragazzi che riscoprono forme di mutualità autogestita, rifacendosi ai valori originari e introducendo elementi di novità, nelle fabbriche occupate e nei centri sociali».

E' toccato a Marco Pedroni, presidente di Coop Italia, sottolineare ciò che si salva dell'esperienza cooperativa: «In questi anni di crisi - ha rilevato - l'occupazione nel settore cooperativo è cresciuta grazie alla capitalizzazione fatta in precedenza. Coop consumatori Nord Est ha fatto interventi per salvare altre coop. In quanto alla governance, ogni soluzione deve passare attraverso i soci. Non approvo che una cooperativa metta il suo core business in una società di capitali».

Lanfranco Turci, già presidente di Legacoop, ammette il rischio che l'intero mondo cooperativo italiano venga liquidato: «Si è arrivati a forme di cesarismo imprenditoriale. Da tempo in Legacoop si parla di riforma della governance, ma nemmeno il ministro Giuliano Poletti, quando ne era presidente, l'ha attuata. Poco tempo fa, in un dibattito sull'inchiesta a carico della Concordia, ho sentito dire: qui la democrazia si pratica solo una volta all'anno, quando si vota il bilancio».

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