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Scuole superiori, i numeri degli abbandoni a Reggio Emilia

Luciano Salsi
Scuole superiori, i numeri degli abbandoni a Reggio Emilia

Secondo il portale del Ministero "Scuola in chiaro" il primato negativo spetta al Liceo scientifico D'Arzo di Montecchio dove il 14,3% degli studenti ha lasciato la scuola dopo il primo anno. La dispersione maggiore si registra comunque nei professionali

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REGGIO EMILIA. Le statistiche continuano ad angustiarci e ad alimentare il complesso d'inferiorità rispetto al resto dell'Europa: in Italia un giovane su tre interrompe gli studi senza avere terminato il quinquennio delle scuole superiori e il numero sale fino al 36% nelle isole.

I dati, elaborati nel dossier Dispersione di Tuttoscuola sulla base delle tabelle ministeriali (che si trovano nel portale "Scuola in chiaro"), trovano riscontro nelle cifre che si riferiscono agli istituti scolastici della nostra provincia. L'ostacolo più rilevante è, per tutti gli studenti, il passaggio dalle medie inferiori alle superiori.

Mentre il percorso precedente è agevolato, con bocciature sporadiche, la musica cambia improvvisamente in prima superiore. Sono parecchi anche nella nostra provincia, quindi, gli studenti che, scoraggiati dall'insuccesso, abbandonano la scuola prima ancora di terminare questa classe cruciale.

I numeri, considerati nel dettaglio, non coincidono con quelli degli scrutini finali, che penalizzano gli istituti professionali, dove i respinti in prima arrivano al 18% contro il 13% dell'area tecnica e il 6% della liceale. La mappa degli abbandoni, invece, è a macchia di leopardo. Ce ne sono molti in qualche liceo e pochi in diversi istituti professionali.

Il record negativo appartiene, infatti, al liceo scientifico D'Arzo di Montecchio con il 14,3% di studenti che l'anno scorso hanno gettato la spugna durante la frequenza della classe prima. Al secondo posto, con il 14%, troviamo l'istituto tecnico agrario Motti.

Accusa un pesante 13,3%, poi, l'indirizzo tecnico industriale dell'Einaudi di Correggio, seguito dal tecnico Zanelli (11,8%). Sorprende il fatto che nei medesimi istituti si riscontrino valori molto diversi fra un indirizzo e l'altro. Al D'Arzo, ad esempio, l'indirizzo tecnico registra soltanto l'1,1% di abbandoni e il professionale il 4,1%, molto al di sotto del liceo. Allo Zanelli il professionale si ferma al 4,7%.

Non è possibile, quindi, una generalizzazione. Ogni singola classe sembra fare storia a sè, in funzione del clima che si viene a creare nel rapporto con i docenti. Fra i tecnici la dispersione colpisce in misura meno rilevante ma significativa il Gobetti (7,9%), il Nobili (7,1%) e lo Scaruffi- Levi-Tricolore (6,5%), mentre rimangono al di sotto del 5%, oltre allo Zanelli, il Secchi e il Russell, fino ad arrivare alle quote minime del Filippo Re (0,7%) e del Bus Pascal (1,3%).

Molti professionali, pur avendo tassi di ripetenza notevoli, sono poco toccati dall'abbandono. Il Carrara di Guastalla e il convitto Corso di Correggio sono addirittura a zero, il Mandela di Castelnovo Monti registra l'1,5%, il grafico di Sant'Ilario d'Enza il 2%. Nell'ambito dei licei è poco significativo l'8,3% del linguistico Iess, la piccola scuola privata di piazza Prampolini.

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Lo scientifico Gobetti accusa il 7,2%, il Moro e il Corso di Correggio sono appaiati al 4,7%, mentre l'Ariosto-Spallanzani con l'1,6% e il Canossa con l'1,4% sono molto al di sotto, per non parlare del Cattaneo di Castelnovo Monti (0,9%) e del Tommaso D'Aquino di Correggio, che è a zero.

In tutte le scuole, poi, le percentuali crollano in seconda e tendono a zero nelle classi successive. La scuola reggiana, nel complesso, si allinea alla situazione media dell'Italia, che sembra sfigurare nel confronto con i paesi più avanzati, benchè gli abbandoni siano costantemente diminuiti nel corso degli anni.

«E' ora - obietta Roberto Villa, ex-preside del liceo Moro - di sfatare il mito delle scuole dell'Europa centrosettentrionale. Quelli sono sistemi scolastici vocati a portare i giovani al massimo grado di scolarizzazione, rimandando la selezione all'università. La loro difficoltà è inferiore a quella della scuola italiana, che, più legata alla tradizione, richiede un impegno considerevole».

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