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Sogni, passione, fatica: sono quelli di Aterballetto

di Martina Riccò
Sogni, passione, fatica: sono quelli di Aterballetto

Forum alla Gazzetta: i giovani della compagnia di danza moderna più celebre d'Italia si raccontano

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REGGIO EMILIA. Vivere un sogno è possibile. Non a occhi chiusi, impietriti sul divano o sul letto. Ma con impegno, sacrifici e tanta – instancabile – passione. È il segreto che Martina Forioso, Ivana Mastroviti, Lucia Vergnano, Daniele Ardillo, Philippe Kratz e Valerio Longo – sei dei diciassette bravissimi ballerini della compagnia Aterballetto – hanno svelato durante la loro visita alla Gazzetta di Reggio. Lo hanno fatto in punta di piedi, mostrando, più che dicendo, quanta forza può nascondersi dietro alla grazia e alla leggerezza.

Hanno iniziato a ballare da bambini – a quattro, cinque anni – e da allora non hanno più smesso. Prima di approdare a Reggio Emilia – città che adorano – hanno studiato e ballato in Italia e nel mondo: chi a Montréal, Berlino e Dortmund, come Philippe, chi a Glasgow, come Martina, quasi tutti passando dalla Scuola di Balletto di Toscana.

«Se vuoi fare il ballerino prima inizi e meglio è – spiega Lucia Vergnano –. Entrare in una compagnia di professionisti da giovani, per esempio a 18 anni, è un'ottima opportunità: significa che sei bravo e puoi iniziare a lavorare fin da subito». Anche perché, per i danzatori, le lancette dell'orologio si muovono molto velocemente: la pensione, per chi balla, scatta intorno ai 45 anni. «In realtà – precisa Ivana Mastroviti – si smette di ballare quando finiscono la voglia e la passione».

Impossibile allenarsi sette ore al giorno, spiegano, se dentro si è spento il fuoco dell'arte. «Il pericolo più grande della nostra professione – conferma Philippe Kratz – è proprio quello di incappare nella routine. Bisogna sempre mettersi in gioco, quotidianamente, sia con il fisico sia con la mente. Quando un ballerino si sveglia e pensa di andare a fare solo quello che gli verrà detto di fare, non è più arte. Non è più danza. A quel punto, meglio smettere».

Chi balla – e soprattutto chi balla come i ballerini di Aterballetto – non è una tela bianca su cui qualcuno imprime linee e figure. Ballare è una scelta personale, quotidiana e ripetuta, un atto di responsabilità prima che di libertà. Si capisce dalla consapevolezza con cui Martina, Ivana, Lucia, Daniele, Philippe e Valerio – portavoce, siamo sicuri, degli altri componenti della compagnia – parlano di ciò che fanno, e di ciò che sono. L'equilibrio delle loro parole, oltre che del loro corpo, è quello di chi, sulla bilancia, ha messo sogni, speranze, passione, ma anche limiti, lavoro, sacrificio. Noi siamo ballerini e facciamo arte, sembrano dire, perché conquistiamo ogni giorno il talento.

Questo non significa, però, che per fuggire dalla ripetitività il ballerino possa evitare di ascoltare il suo corpo. «Inizi a ballare da piccolissimo – spiega Valerio Longo – e a un certo punto la danza diventa disciplina, una sorta di struttura mentale. Sai che ogni giorno devi allenare il tuo corpo e lavorare su te stesso. Ma poi, con l'età o a causa di infortuni, subentrano dei dolori che inevitabilmente rallentano la tua fisicità. Allora devi imparare anche a salvaguardare il tuo corpo, a tutelarlo. Ci sono giorni in cui chiede una pausa e devi ascoltarlo, non si tratta di non avere voglia, ma di compromessi necessari».

Ballare, dicono insieme i ragazzi di Aterballetto, è prima di tutto uno stile di vita: significa curarsi, ascoltarsi, sforzarsi di conoscersi sempre meglio, lavorare per migliorarsi fisicamente e mentalmente. La danza non è solo gesto. «Un movimento non va solo pensato, va anche sentito qui», afferma Daniele Ardillo posando la mano sul cuore.

E, infatti, più che degli interminabili allenamenti e della loro giornata tipo («In realtà non esiste un giorno uguale all'altro – svelano –, si parte sempre con un'ora e mezzo di lezione, per riscaldarsi e trovare la concentrazione, ma poi ci sono le prove, sempre diverse. Capita la giornata di passo a due, altre in cui balliamo tutti insieme»), parlano di ciò che li ha colpiti, come uomini e donne.

Riflettono ad alta voce, intersecando pensieri e punti di vista, improvvisando una coreografia di parole che lascia noi – solo spettatori – in un silenzio affascinato. E così si passa dalla fatica fisica di prove e spettacoli ai fatti, terribili, di Parigi («I terroristi hanno colpito anche un teatro – dicono, ancora sgomenti –, luogo dell'arte e della libertà. Siamo sconvolti da quello che è successo e siamo vicini ai parenti delle vittime e ai parigini»), dal loro regime alimentare (c'è chi è vegetariano da vent'anni, chi non sa resistere ai piatti tipici della cucina reggiana), alla possibilità di essere madre e ballerina («Con un figlio cambiano le priorità – spiega Lucia Vergnano – dedichi a lui ogni tuo pensiero. 

Ma un figlio è anche uno stimolo a migliorare, a dare di più, ti insegna a ottimizzare il tempo, a essere più intensa»), all'essenza della creatività. «È maschile o femminile? – si chiedono davanti a noi –. È il solo modo che ha l'uomo per rincorrere, emulare, il dono della creazione della donna?». Si confrontano, si smentiscono, si arricchiscono. E la spontaneità con cui lo fanno, la grazia dei modi e delle parole, che non viene meno neanche quando si contraddicono, fa pensare che siano abituati a comportarsi così. Fa capire anche a noi che il ballerino balla, prima di tutto, se stesso.

Impossibile scindere il movimento dall'esperienza, dalla testa, dal cuore. «Ecco perché ci troviamo bene con i coreografi che si mettono al nostro livello», spiegano. Non si può pensare che la creatività e l'artisticità stiano solo da una parte. «Coreografo e danzatori hanno ruoli diversi – precisa Ivana Mastroviti – ma ci deve sempre essere uno scambio: lui deve passare qualcosa a noi, noi a lui. Se il ballerino viene trattato solo come “mezzo” la coreografia non può essere bella, perché non c'è arte, non c'è sentimento».

«In campo – le fa eco Lucia Vergnano – ci sono sia la creatività del coreografo, sia quella dei ballerini: se dovessi fare una proporzione direi che è un 60%-40%. Ma senza collaborazione e sintonia non si lavora bene». [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.12500940:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.12500940:1649486622/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

«Purtroppo però – svela Daniele Ardillo – ci sono alcuni coreografi che si disinteressano dei ballerini. Per loro l'unica cosa importante è fare bella figura, quindi non si preoccupano che tu sia scomodo o, peggio, che tu non abbia capito. A volte non lo dicono volutamente, probabilmente per farti ragionare, ma spesso non mettono in condivisione le loro idee perché le ritengono troppo elevate, pensano che tu non le possa capire. E allora non ti resta che trovare un'idea tua, che probabilmente non c'entra nulla, e farti un film nella testa in modo che il movimento non sia solo meccanico».

Niente a che vedere, insomma, con le figure dei ballerini che popolano i film e le fiction: chi balla davvero, nella vita reale, è depositario dell'arte, fa arte, ma sa perfettamente che danzare è un lavoro e che, come tutti i lavori, a volte impone di piegare la testa. «I momenti di difficoltà ci sono – non nasconde Martina Forioso – e succede di pensare “adesso mollo”». Capita dopo gli infortuni – al ginocchio, alle caviglie e alle spalle – e non solo: «Io lo penso un po' tutti i giorni», sorride Philippe Kratz. Ma poi la danza li riattira tutti a sé, come una mamma sì severa, ma capace di immenso amore.

«In realtà noi sappiamo di essere molto fortunati – ammettono – perché siamo dipendenti di Aterballetto e non a progetto, con contratti di 3-6 mesi, come succede spesso ai ballerini in Italia. È vero che siamo una compagnia poco numerosa, e che quindi siamo sempre in campo con poche possibilità di riposarci, ma abbiamo continuità di lavoro e di allenamento. Non è poco». Anche perché, rispetto agli altri Paesi, in Italia vivere di arte è praticamente impossibile. «All'estero è normale vivere di cultura e soprattutto vivere la cultura: la gente va a teatro, visita le mostre, frequenta i musei. In Italia, forse perché ce n'è tanta, non viene apprezzata». «Anche se il pubblico italiano – aggiunge Philippe Kratz – è molto più preparato degli altri pubblici europei, è sempre al tuo livello».

Ma il tempo per parlare, ora, è scaduto. I ballerini devono tornare alla "Fonderia39", la sede della Fondazione Nazionale della Danza Compagnia Aterballetto, per allenarsi e provare. Escono dalla redazione col sorriso e si tuffano nella città già intrisa di nebbia, quella città "piccola ma completa", come hanno detto loro, che li ha accolti e li ha fatti sentire a casa.

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