Cooperazione, mai più un uomo solo al comando
Sono convinto che il mondo cooperativo abbia grandi possibilitá di rilancio se affronta di petto alcuni nodi. La CGIL di Reggio ha organizzato nei giorni scorsi un interessante incontro; la Gazzetta nelle stesso giorno ha ospitato un intervento del segretario della CGIL Mora di cui non condivido diversi aspetti.
Andiamo per ordine.
Il primo tema riguarda come la cooperazione italiana ha vissuto la crisi economica: tra il 2008 e il 2014 l'occupazione nelle imprese private italiane è diminuita molto (circa il 10%), nel settore cooperativo invece è aumentata, poco ma è aumentata (+1%). La cooperazione ha sofferto molto nei settori collegati alle costruzioni; in Emilia e a Reggio ne abbiamo risentito più di altre cittá.
Altri settori cooperativi hanno tenuto bene e in alcuni casi sono cresciuti, mi riferisco alla distribuzione, ai servizi, alle agricole. Ma perché nel complesso le imprese cooperative hanno retto meglio la crisi di quelle private? Probabilmente un motivo è che le cooperative in anni di crescita dei mercati capitalizzano gli utili (molte imprese di capitali invece li distribuiscono o li privatizzano), mentre nelle fasi difficili le risorse accumulate vengono utilizzate per gli scopi mutualistici propri della cooperazione, in primis la difesa dell'occupazione.
Il secondo tema è il rapporto tra singola impresa e movimento cooperativo. Premetto che da almeno 25 anni è finita la pratica di un movimento cooperativo orientato dai partiti. Ogni cooperativa ha il suo fondamento nel rapporto con i propri soci; la responsabilitá dei risultati economici di ogni impresa è dei dirigenti e dei soci di quell'impresa. Il tema è come i soci possano esercitare un peso effettivo sulle strategie della cooperativa e sulla scelta dei gruppi dirigenti. Diverse cooperative si sono mosse in questa direzione: voto segreto nella scelta degli amministratori, strumenti di autocontrollo efficaci e con la presenza di esterni, limite dei mandati. Bisogna estendere le buone pratiche.
Ma allora tutto si riduce alla singola coop e la cooperazione come movimento non c'è più? La mia opinione è no. Le cooperative aderenti a Legacoop, Confcooperative e Agci condividono valori di fondo come la difesa del lavoro, dei consumatori e della legalità. Siamo una comunità di valori, chi non li applica non può far parte della nostra associazione che deve avere gli strumenti per controllare e intervenire.
Ci sono anche altre azioni che dimostrano che non è finita l'idea di cooperazione come movimento e ne abbiamo riprova a Reggio Emilia; è scattata una solidarietá tra cooperatori per aiutare diverse cooperative in difficoltà a riprendere un percorso positivo (spesso non si conoscono questi casi perchè non hanno avuto pubblicitá); per altre imprese la solidarietà ha lenito gli impatti delle crisi (si pensi a CMR Reggiolo), per Coopsette nonostante l'aiuto la situazione era troppo grande e difficile. E il sostegno l'hanno dato cooperative e cooperatori che hanno affrontato discussioni difficili con i propri soci per destinare risorse ad altri soci e cooperative.
E arriviamo al terzo tema, quello della legalità. Su questo la nostra tolleranza deve essere zero. Nella comunitá della nostra associazione di cooperative non possono esserci ambiguitá di sorta, neppure quella che dice che in certi territori o settori (appalti pubblici, logistica o alcune filiere agricole) se non fai compromessi non puoi operare. Intanto ci sono tante imprese cooperative e private che operano in questi settori con piena onestá e correttezza; la Coop è andata in Sicilia, ha aperto Iper e Super senza farsi coinvolgere in alcuna attivitá non dico illecita, ma neanche dubbia. Essere coinvolti in malaffare e corruzione può portare al disastro le nostre imprese; il caso della CPL Concordia è emblematico.
La cooperazione non è la magistratura; non siamo in grado e non vogliamo fare indagini di polizia; dobbiamo avere antenne dritte ed agire sulla base di segnali che in alcuni casi si dovevano capire prima, penso alla coop sociale 29 giugno di Roma. La differenza più importante, però, è nel modo in cui reagiamo quando questi segnali o le indagini della magistratura portano in evidenza fatti gravi; ha fatto bene il Presidente di Legacoop Lusetti a chiedere ai soci delle cooperative implicate di fare subito pulizia e assumendosi la responsabilitá di un cambio completo di gruppi dirigenti. Uguale durezza verso le false coop, quelle che usano la forma cooperativa per pagare meno il lavoro e le tasse.
Le cooperative in Italia sono oltre 50.000 di queste circa 15.000 aderiscono a Legacoop e 15.000 a Confcooperative e Agci; la maggior parte delle altre non aderiscono ad alcuna centrale ed è lì che si annidano la stragrande maggioranza delle false coop. Abbiamo promosso una raccolta di firme (oltre 100.000) per una legge contro le cooperative false o spurie.
Il quarto tema é delicato e semplice: il ruolo dei dirigenti cooperativi. La stragrande maggioranza dei dirigenti viene dall'interno delle cooperative; si tratta di persone che non devono avere solo competenze manageriali adeguate, ma anche un profilo valoriale, con una parola dei cooperatori. Questo non garantisce che siano sempre all'altezza dei compiti e neppure che non vengano fatti gravi errori, soprattutto quando il controllo dei soci attraverso gli organi preposti (i Consigli di Amministrazione) è debole. Il tema quindi è la qualitá del controllo che i soci effettivamente esercitano; è grave e anticooperativo avere un uomo solo al comando, anche se fosse il migliore. Su questo ci aspetta un lavoro importante.
Alcune cooperative si sono mosse in questa direzione positiva di organizzare la governance con effettivi poteri di controllo da parte dei soci, di scegliere presidenti e direttori che siano cooperatori, di aprire le porte all'associazione per le necessarie verifiche. Infine il tema retributivo: la situazione è differenziata, ma quasi tutte le grandi Coop, a partire da quelle del consumo, hanno un regolamento che limita la retribuzione dei dirigenti (anche quelli più alti) entro un rapporto di 1 a 6 rispetto alle retribuzioni degli operai o delle cassiere.
Il quinto tema riguarda la dimensione.
Può una grande impresa essere cooperativa? In questi anni molti, a partire da Berlusconi, hanno espresso un'opinione negativa. Io sono in totale disaccordo e credo che la cooperazione possa agire in mercati altamente competitivi; certo ci vogliono imprese importanti e strutturate per stare sul mercato della distribuzione o su quello delle tecnologie industriali. Se la Coop non fosse cresciuta come avrebbe potuto svolgere un ruolo positivo verso i consumatori italiani?
Come avremmo potuto fare battaglie per carni senza anabolizzanti, frutta e verdura senza pesticidi, alimenti senza Ogm, filiere controllate dal campo alla tavola. Il tema per la grande impresa cooperativa è come essere efficiente e far vivere ogni giorno la sua natura democratica e solidaristica; non esistono risposte nel nostro passato, ma una ricerca già iniziata, come dimostra il recente progetto di Coop Alleanza 3.0.
Intanto "grande cooperativa" significa mantenere nella forma cooperativa il core business delle attivitá, poi darsi sistemi di partecipazione che permettano a migliaia di soci di esprimersi con la parola e con il voto, infine mantener saldo il concetto che il valore che si produce ha una destinazione collettiva e non individuale. I lavoratori hanno grande importanza in tutto questo. Anche alcune eccellenti imprese private hanno assunto principi non dissimili. Altri temi meriterebbero, ma i punti toccati già sintetizzano una prospettiva della cooperazione per nulla ideologica, con valori fondanti che sono caposaldi anche per il futuro.
Presidente di Coop Italia
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