Gazzetta di Reggio

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«Picchiata a sangue, mi sono rialzata»

di Martina Riccò
«Picchiata a sangue, mi sono rialzata»

Stefania Pastore ora è scrittrice e blogger: «La cosa più difficile è ammettere con se stesse di essere delle vittime»

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REGGIO EMILIA. Sette anni di convivenza serena e senza problemi, poi il matrimonio, la nascita della figlia, la scoperta che sarebbe stata invalida a causa di una malattia, quindi il pestaggio terribile tra le mura di casa, mentre con il corpo cercava di proteggere la sua bambina e con la voce chiamava aiuto, invano. È la storia di Stefania Pastori, una donna che, dopo essere stata picchiata a sangue dall’amore della sua vita, si è rialzata ed è rinata diventando scrittrice e blogger. Ieri, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è stata chiamata a raccontare la propria esperienza all’Auditorium Simonazzi di via Turri.

«Credo che nel nostro cognome sia scritta la nostra missione - dice - e io sono una “pastora” perché con il mio lavoro e il mio blog PastoriGloss conduco le pecorelle smarrite, ossia le donne maltrattate, verso la salvezza». È possibile? «Certo che sì. Per riuscirci, però, occorre puntare un faro di luce sui sex offenders, ossia i picchiatori, gli stupratori, gli stalker e anche i pedofili».

In che senso puntare un faro di luce?

«Smascherarli, denunciarli. Non solo alle forze dell’ordine, ma agli amici, ai parenti, ai colleghi di lavoro, ai conoscenti. Le donne che subiscono violenza, di solito, stanno con un uomo che ha fatto loro il vuoto intorno, che le ha staccate dalla società. Ecco perché la violenza va denunciata a tutti, va resa pubblica: solo così la donna può ricreare attorno a sé un tessuto sociale che la tuteli e la protegga. Anche perché, in seguito ai miei studi, ho capito che i sex offenders sono vigliacchi: quando vengono scoperti, smettono».

Eppure la maggior parte delle donne maltrattate o violentate non parla…

«Non è facile. E lo dico perché ho provato sulla mia pelle tutte le difficoltà. Lavoravo con il mio ex marito e, dopo essere stata picchiata, mi sono trovata senza un sostentamento per me e mia figlia. Non avevo una casa in cui andare. E soprattutto ho fatto fatica ad essere riconosciuta come vittima di violenza. Ricordo che quando ho raccontato a mia mamma che ero stata picchiata da mio marito, lei, una femminista degli anni ’50, mi ha detto: “Se l’ha fatto gli avrai dato un motivo”».

E lei è riuscita subito ad accettare di essere stata picchiata da suo marito?

«No. Ammettere di essere vittima di violenza è il primo passo. Parte tutto da lì. Bisogna riconoscerlo, poi si può iniziare un percorso con gli psicologi, specializzati, per liberarsi dalla paura di essere giudicate e dal terrore di non essere credute».

Si parla spesso di doppia violenza…

«Purtroppo sì. Dopo essere stata picchiata ho iniziato a studiare il fenomeno, ho capito di non essere una mosca bianca e che tantissime donne erano nella mia condizione, le ho intervistate e ho raccolto alcune frasi dette dai carabinieri al momento della denuncia: “Tra moglie e marito non mettiamo il dito”, “In fondo si tratta solo di litigi coniugali”, “Uno schiaffo ogni tanto è previsto in ogni buon matrimonio”, “Torni a casa e prepari un buon pranzetto a suo marito”. Ogni tentativo di riconciliazione è inaccettabile e bisogna iniziare a pensare, insegnandoloai bambini, che tra moglie e marito, quando ci sono violenze, bisogna mettercelo il dito».

E non è detto che i soprusi siano sempre degli uomini sulle donne…

«Ho raccolto anche testimonianze di mariti e fidanzati perseguitati dalle ex. Le donne sanno essere molto più crudeli degli uomini quando vogliono, ma non arrivano ad ammazzare. Anche in questi casi l’unica soluzione è parlare, denunciare, smascherare il sex offender».

A che punto siamo nella lotta alla violenza di genere?

«Bisogna fare di più. Io cerco di dare il massimo, non importa se agli incontri partecipano 5-6 persone. È importante che si formi una coscienza collettiva: solo così si potranno ottenere risultati concreti. E alle donne chiedo di uscire dalla violenza domestica prima di essere uccise. Perché la violenza ha sempre lo stesso crescendo parabolico».

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