Chaabi: «Lo sport mi ha aperto le porte della reggianità»
Ex calciatore e responsabile degli "Arabi sportivi" di Reggio «Ma dopo la strage di Parigi è aumentata la diffidenza»
REGGIO EMILIA. Sono passate due settimane dall'inferno del Bataclan e gli attentati di Parigi, ma è impossibile dimenticarli. La minaccia dell'Isis ha invaso le case, si è insinuata nelle teste di tutti - spaventando qualcuno, facendo arrabbiare qualcun altro - e si è eretta come un muro tra le persone che, prima del 14 novembre, convivevano serenamente. «Dopo la strage di Parigi la nostra vita è cambiata - afferma Mohamed Chaabi, ex calciatore e responsabile degli "Arabi sportivi" di Reggio - perché purtroppo sono cambiati i rapporti coi reggiani. Il sospetto e la paura sono arrivati anche qui, per colpa di chi strumentalizza quei fatti terribili ma, soprattutto, per colpa dei responsabili di quei fatti atroci».
Cioè?
«Assassini ignoranti che nascondono dietro la bandiera dell'Islam solo degli interessi privati ed economici. Islam significa pace, le persone che fanno attentati e uccidono non c'entrano niente con l'Islam, lo infangano e basta».
Come fare arrivare questo messaggio a tutte le persone?
«Abbiamo deciso di organizzare un torneo di calcetto tra comunità islamiche per dimostrare ai reggiani che i musulmani sono persone come loro. Noi siamo venuti qui per lavorare, amiamo e rispettiamo la bellissima città che ci ha ospitato, e l'unica differenza tra noi e loro è che noi musulmani preghiamo nelle moschee, i cattolici in chiesa».
Perché pensate che lo sport possa veicolare questo messaggio di pace?
«Perché lo sport insegna a stare insieme, ad andare oltre le differenze. Oggi, giocando a calcetto al PalaDelta, vogliamo dimostrare che noi siamo per la pace, la convivenza e l'integrazione e non c'entriamo nulla con i terroristi».
E lei parla a ragion veduta, visto che proprio grazie al calcio è riuscito a inserirsi nella comunità reggiana…
«Sono arrivato a Reggio nel 1986 in cerca di un lavoro e grazie al calcio mi sono fatto tanti amici e ho trovato il mio posto. In Marocco giocavo a calcio in serie B, che non ha nulla a che vedere con la serie B italiana, ma ero bravo. Quando sono arrivato qui ho conosciuto Aldo Barozzi e lui mi ha portato a fare un allenamento con mister Cesare Vitali. Da lì è iniziata la mia carriera calcistica. Ho sempre giocato in prima categoria, ma mi sono divertito molto e ho capito che importanza può avere lo sport nella vita delle persone».
Potrebbe dunque essere l'arma vincente per una vera e concreta integrazione?
«Ne sono convinto. E infatti, dopo aver smesso di giocare, ho preso il patentino per diventare allenatore e ho iniziato ad allenare, per trasmettere ai giovani i valori dello sport. Tra l'altro con Abu Abdel Kahman, l'imam dell'Acir-Associazione Comunità Islamica Reggiana, abbiamo deciso di organizzare attività e sport anche per bambini e donne».
Dando un calcio ai pregiudizi…
«Il Corano dice che chi uccide una sola persona è come se avesse ucciso tutto il mondo. L'Islam è contro la violenza: i terroristi non sono musulmani».
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