«Non è una pena mite, valutiamo se ricorrere»
Castelnovo Monti: la difesa di Fettah interviene dopo le critiche alla sentenza Bucchi: «Il giudice ha applicato il massimo per un processo con rito abbreviato»
CASTELNOVO MONTI. «Sicuramente, questa sentenza non ha bisogno di essere difesa. Tuttavia ritengo debbano essere fatte alcune precisazioni, affinchè chi legge ne comprenda i meccanismi. E va sottolineato che il giudice ha applicato la pena massima, per il reato più grave: l’omicidio».
Sulla condanna a 16 anni e 10 giorni a Abdelkebir Fettah per l’omicidio di Andrea Germini, che tanto fa discutere, ora interviene l’avvocato Domenico Noris Bucchi, il difensore dell’assassino. Che replica alle critiche arrivate dopo la lettura della sentenza firmata dal giudice Giovanni Ghini. «Non si può ritenere tout court una pena mite quella applicata - evidenzia - tanto è vero che paradossalmente la difesa potrebbe impugnarla e stiamo valutando quella eventualità, perchè il giudice non ha concesso le attenuanti generiche prevalenti come da noi richiesto e ha applicato la pena massima per il reato di omicidio volontario». Bucchi non vuole entrare nel merito della decisione del giudice, che ha premiato la confessione arrivata dall’imputato l’ultimo giorno utile per farla: quelle dichiarazioni con le quali ha confessato la premeditazione. Parole che Ghini ha valutato importanti, mentre per il pubblico ministero Valentina Salvi - che aveva chiesto una condanna a 30 anni - quella premeditazione era già stata provata ampiamente dalla ricostruzione dell’accusa. E la confessione, tardiva, dell’imputato non aveva aggiunto nulla. «Si può anche discutere che la premeditazione fosse o non fosse già provata - ci tiene a sottolineare Bucchi - Il pm ritiene di sì, noi di no. Ma una volta che è stato stabilito che la prova della premeditazione non c’era, il giudice non poteva non dare peso alle dichiarazioni dell’imputato. E dunque andavano premiate, come dice la Cassazione». E aggiunge: «Avendo stabilito poi le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, le conseguenze sono del tutto matematiche. Il giudice ha applicato per il reato più grave, l’omicidio, la pena massima, che è di 24 anni. Poi, la riduzione che c’è stata è automatica in considerazione del rito scelto, che era abbreviato. Sostenere che la sentenza non è conforme a giustizia, non è corretto».
Era il 18 agosto del 2014 quando Andrea Germini, 32 anni, venne ucciso da quello che era il suo collega di lavoro, il marocchino a cui la famiglia della moglie dava da lavorare da molti anni. L’assassino si fece accompagnare con una scusa fino al luogo prescelto per il delitto, sul greto del fiume Secchia. Qui, colpì più volte il 32enne e infine gli diede fuoco. Il delitto venne scoperto poco dopo, perchè una donna che faceva jogging sentì le urla della vittima. Il movente è da ricercare nell’infatuazione che l’assassino aveva per la moglie di Germini.
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