Gazzetta di Reggio

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«Investimenti pubblici per fare ripartire l’edilizia»

di Evaristo Sparvieri
«Investimenti pubblici per fare ripartire l’edilizia»

Mauro Severi, presidente di Unindustria, punta il dito su Comune e cooperative E sull’area vasta: «C’è una omogeneità che ruota intorno alla Mediopadana»

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REGGIO EMILIA. Le incognite sono rappresentate soprattutto da una situazione internazionale che crea pessimismo e da un mercato interno che stenta a mostrare i segni di un vero rilancio, soprattutto nel comparto dell’edilizia. Ma per il presidente di Unindustria, Mauro Severi, il 2016 potrebbe rappresentare l’anno dell’attesa ripresa, proseguendo una tendenza che ha mostrato segni positivi in questo 2015. Ed è per questo che il numero uno degli industriali reggiani si mostra ottimista di fronte al futuro, nel quale l’associazione continuerà sulla strada delle collaborazioni mantenendo inalterata la propria autonomia. E senza imbarcarsi quindi in una prospettiva di fusione con le vicine associazioni di Confindustria: «Il 2015 è andato discretamente bene. Auspico che anche l’anno prossimo si mantenga su questi livelli».

Presidente, qual è il bilancio di fine anno per l’economia reggiana?

«Penso sia andata discretamente bene. Discretamente perché speravamo in meglio, ma nel mese di novembre e di dicembre, forse anche per le vicende internazionali, c’è stato un rallentamento che ha creato un certo pessimismo. Tutto sommato però le aziende reggiane hanno reagito meglio di altre e sono riuscite a recuperare quote di export, anche se ci sono timori per la tenuta del mercato italiano».

Un saldo positivo che fa ben sperare per il 2016?

«Credo che nel 2016 ci sarà una ripresa. Certo la situazione mondiale è preoccupante. E questo comporta conseguenze nel nostro export, già alle prese anche con le sanzioni verso la Russia, con la situazione cinese e con i problemi dei mercati finanziari legati alle monete. Ma speriamo che arrivino nuovi provvedimenti governativi e che l’Europa possa muoversi in una direzione tale da aiutare la ripresa. Noi siamo ottimisti: il reggiano sa adattarsi e naviga sempre a vista. L’obiettivo è mantenere le quote del 2015 e creare le condizioni migliori per confrontarsi con il mercato internazionale».

Qual è secondo lei il settore più in difficoltà?

«L’edilizia. Perché risente dei ritardi sugli investimenti da parte delle amministrazioni, specialmente nelle infrastrutture. Nel mercato italiano, sono riuscite a mantenere le imprese che si sono dedicate ad una clientela che impegnata nelle ristrutturazioni. Ma le altre soffrono».

È una crisi che associa le imprese al mondo cooperativo. Lei che idea si è fatto?

«E’ stata sottovalutata quella che è stata la crisi generale del settore immobiliare. E che è stato “ingannato” chi aveva messo a magazzino investimenti notevoli sulle aree fabbricabili, convinti che si continuasse ad edificare anche sollecitato dal fatto che la maggior parte dei Comuni otteneva oneri di urbanizzazione. Una visione che ha ingannato, mostrando anche la necessità di ricambio generazionale e di visione. Ora bisogna saper uscire dal locale e tornare a fare con in passato, quando molte aziende edili erano famose per i loro investimenti all’estero».

Ma quanto ha influito la crisi delle coop edili per l’industria reggiana?

«Molto, c’è tutta una filiera di impiantisti a risentirne. Penso anche a piccoli artigiani che facevano impiantistica di qualità, che si trovano in difficoltà perchè non sono più partiti lavori pubblici significativi. Ma è una tutta filiera ad aver risentito della crisi edilizia, come ad esempio l’industria dell’arredamento. L’aspettativa era quella di investimenti pubblici e di riqualificazioni degli edifici. È lì che bisogna dare aiuto».

Anche dal governo? Secondo i vostri ultimi dati il Jobs Act sembra abbia avuto effetti positivi.

«È vero, ma ci aspettiamo altri provvedimenti. Le imprese hanno bisogno di lavorare. Noi ci aspettiamo un Paese snello ed efficiente, che vuol dire collaborare con tutti».

Possono aiutare le riforme sull’area vasta?

«Noi come Unindustria Reggio, insieme a Parma e Piacenza auspichiamo una grande provincia da Modena a Piacenza, con un’unica politica emiliana».

È la stessa area del bacino Mediopadano?

«L’area mediopadana è più vasta. È legata ad aree che per contiguità e storia sono confinanti, arrivando fino a Cremona, Mantova. È un’area che non abbiamo ancora definito con certezza, ma che deve aprirsi alla collaborazione. Il tempo del campanilismo è finito. C’è una omogeneità che ruota attorno alla stazione Mediopadana: una infrastruttura che ha rivoluzionato il territorio e che ora deve consolidarsi attraverso una regia ordinata di tutti i soggetti del territorio, con la creazione di una governance al fianco delle istituzioni locali perchè si completino interventi che vanno dal parcheggio alla rete ferroviaria locale».

Le Province si uniscono. Ma Unindustria Reggio resta sola. Come mai?

«Sulle fusioni noi abbiamo fatto una scelta, decidendo di collaborare mettendo in rete le consulenze. Il termine fusione in questo caso ha significati dubbi: non bisogna perdere l’identità del territorio e il collegamento con i soci e le imprese, per noi fondamentali. Per il momento collaboriamo con Parma e Piacenza, che sono rimaste autonome anche loro, mentre Modena ha intrapreso un percorso con Bologna. È vero, abbiamo aree industriali che sono a scavalco tra le “vecchie” province. E non si può più ragionare con vecchie gelosie medievali tra città, ma collaborare su un unico grande territorio. Gli strumenti ci sono. E la tecnologia consente di collegarci con chiunque. Ma è sempre più fondamentale ridurre le burocrazie».

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