Le coop si sono autoassolte
Nel mondo c'è ancora voglia di cooperazione: questo il refrain del presidente nazionale di Legacoop Mauro Lusetti intervenuto venerdì scorso alla riunione del direttivo di Legacoop Emilia Ovest.
E se qualcuno chiedesse a un pasticcere se la gente ha ancora voglia di dolci, che cosa ci si potrebbe aspettare? Probabilmente la stessa irresistibile voglia di ritenersi ancora indispensabili.
Ma facciamo un passo indietro: di quale cooperazione stiamo parlando? Del modello cooperativo, così come ci è stato consegnato dalla nostra tradizione bracciantile improntata ai valori di democrazia e mutualità, oppure di chi della cooperazione si erge a rappresentante?
Il dato di fatto è che la conglomerata coop, cioè l'insieme delle cooperative che caratterizzano il nostro tessuto economico, resta uno dei più importanti datori di lavoro nel nostro Paese. Sopra alla conglomerata esiste poi un organismo di governo sistemico, deputato a un lavoro di controllo per un verso e d'intermediazione politica dall'altro, cioè Legacoop.
Chi siede in questa eterea cabina di regia? Per quali meriti? Come espressione di quale mandato?
Quello che è certo è che tutte le grandi e meno grandi coop italiane hanno avuto e hanno poltrone nei loro organi amministrativi riservate a delegati del sistema Legacoop, con funzioni certamente non d'indirizzo strategico né di gestione ordinaria; ma intanto le hanno avute e le hanno.
Ciò non di meno il disastro è accaduto e non si ha memoria di un solo allarme lanciato da uno di questi soggetti, pur nella loro funzione di "alta" sorveglianza. Eppure il disastro di cui stiamo parlando non è frutto di un evento catastrofico, ma di un fenomeno carsico, quindi per sua natura transgenerazionale e sistemico, operante in modo più o meno sotterraneo per più di un decennio.
Chiunque abbia solo anche una vaga cognizione di logiche economiche, aziendali e di mercato, così come chi ha potuto conoscere i mercati di riferimento della galassia coop, non può minimizzare e liquidare il tracollo delle cooperative di produzione e lavoro di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara (per limitarci alla nostra regione), né accettare sentenze auto-assolutorie che rimandano alla crisi di settore, né accogliere un'affrettata e forse un po' troppo comoda condanna a priori di alcuni dirigenti e amministratori, come se si trattasse di accidenti del tutto fortuiti.
La realtà è, come sempre, molto più complessa e articolata; le interazioni col potere politico e gli organi amministrativi locali sicuramente hanno avuto la loro parte di responsabilità, al fianco di evidenti errori nell'impostazione strategica e nella tardiva se non del tutto assente capacità di leggere il mercato, e tutto questo con il beneplacito di Legacoop.
Snocciolare numeri aggregati senza condurre un'analisi approfondita e per settori, invocare la crisi e celebrare il funerale di alcuni dirigenti e amministratori senza dare stime credibili di breve termine non serve a nessuno se non a Legacoop.
E allora è evidente di chi stiamo parlando, non di un modello cooperativo offuscato ma che ancora può dare molto al nostro territorio e alla nostra economia, ma di un organismo di controllo e governo autoreferenziale, che invece dovrebbe interrogarsi credibilmente e criticamente sul proprio ruolo. Dov'era Legacoop quando si preparava il disastro?
Ma le singole cooperative nelle quali possiamo ancora trovare competenze, forza e capacità di stare sul mercato hanno ancora bisogno di un sistema Legacoop che pare essere utile solo quando non ce n'è bisogno, e cioè quando le cose vanno bene?
* Vicepresidente Gruppo Misto Senato
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