Ritroviamo l'orgoglio "del fare"
La doppia crisi – quella del 2008-2009 e quella del 2011 – ha colpito pesantemente anche a Reggio Emilia.
Eppure l'industria reggiana ha saputo far quadrato ed oggi i nostri territori non rischiano pericolosi processi di de-industrializzazione: qui si trovano ancora molte aziende sane e solide, qui sono radicate numerose eccellenze.
Vi sono aziende quotate che si sono conquistate salde posizioni di leadership settoriale: si pensi alla Interpump, alla Emak.
Altre aziende sono saldamente inserite nella grandi "value chain" globali e sono fornitori insostituibili delle più importanti multinazionali manifatturiere, si pensi alla Comer Industries, al gruppo Brevini, alla Ognibene, alla Cobo, alla Electric 80 spa ecc..
Vi sono aziende che hanno avuto la capacità di cogliere i nuovi trends: si pensi al robusto successo della Cellular Line negli accessori per gli smartphone ecc. Ma soprattutto a Reggio Emilia vi è una cultura diffusa e radicata del "saper fare", vi è quell'atmosfera, quel terreno fertile che il grande economista Alfred Marshall vedeva nella fine dell'Ottocento nei distretti industriali inglesi.
Reggio Emilia è la prova evidente che, anche di fronte alla impetuosa globalizzazione, la geografia non è scomparsa. Anzi la geografia conta eccome.
Nel territorio reggiano vi sono ancora quei fattori "di modificazione della produttività" che ha evidenziato l'economista Giacomo Becattini, quell'incremento cioè di produttività che proprio "il clima sociale e il fattore umano" forniscono: nel Reggiano il rapporto tra industria, territorio e comunità locale continua a generare frutti fecondi.
Partendo da questo solido retroterra la manifattura reggiana può giocare da protagonista nella nuova rivoluzione industriale. La meccatronica reggiana ad esempio è un grande biglietto da visita ma non solo: in essa vi è anche la "potestas clavium" per le sfide del futuro, quelle chiavi per aprire una via emiliana a Industry 4.0, per coniugare manifattura tradizionale e "internet delle cose", per sviluppare pienamente quella fabbrica che fa dialogare i macchinari, gli uomini, e i prodotti; per rafforzare le interconnessioni delle grandi catene produttive; per far germogliare con vigore l'innovazione.
E' apprezzabile pertanto la presenza del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi al convegno "2016 Reagire al cambiamento, rilanciare le imprese e il Paese", organizzato da Unindustria: è un ulteriore riconoscimento per il tessuto industriale reggiano.
A Squinzi chiediamo di rimarcare, nei confronti del Governo, l'orgoglio della manifatturiera; di continuare a sollecitare (con vigore) la necessità di una nuova politica industriale. Di puntare i piedi in Europa: è arrivato il momento di far valere il peso della seconda potenza manifatturiera europea.
Non possiamo rassegnarci ad una Unione Europea che si riduce al "giardino di casa" della Germania.
Non possiamo più permetterci di anteporre agli interessi della nostra industria l'inerzia delle istituzioni, la lotta fratricida della nostra classe politica, oppure certi "vincoli esterni" fortemente penalizzanti imposti da vari Weidmann e Schauble.
Non possiamo accontentarci di una Unione Europea in cui languono gli investimenti e in cui si rischia di cadere in una pesante deflazione. Per riconfigurare i rapporti di forza in Europa il nostro Paese deve partire dal consolidamento dei propri pilastri e dalla valorizzazione dei propri gioielli: l'industria manifatturiera è la grande ricchezza italiana.
* responsabile Emilia Romagna Banca Albertini Syz
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