Reggio Emilia, dietro le sbarre diventa bibliotecario e scrittore
Presentato il libro di Mila Mazic, in carcere alla Pulce dal 2008: «Scrivendo faccio i conti con me»
REGGIO EMILIA. Se le parole non sono pietre sufficienti per abbattere i muri, possono però esserlo per rompere tabù, pregiudizi e i luoghi comuni di chi vive fuori. Fuori dalla gabbia.
Ed è quello che ha provato a fare Milan Mazic, detenuto dal 2008 a Reggio, con i suoi racconti nati all’interno della sua cella alla Pulce e raccolti nel libro “Anche questo è un uomo. Dialoghi e racconti dal carcere a microfoni spenti”.
Mazic, nato in Serbia nel 1953, in un carcere italiano è già tornato una seconda volta e da quando è a Reggio ha avuto modo di intraprendere una sua personale strada di riflessione su quanto abbia fatto della sua vita che l’ha portato a capire, come scrive nel libro, «che dal meglio della vita ha tratto il peggio e oggi da quel peggio deve trarre il meglio».
Nel frattempo Mazic è diventato bibliotecario del carcere e animatore del gruppo teatrale e del gruppo di detenuti che hanno partecipato al corso di lettura che si è tenuto nei mesi scorsi alla Pulce ed ha compiuto un lungo percorso sfociato nel libro che mette in discussione convinzioni radicate, pregiudizi, luoghi comuni in chi il carcere lo vive dall’esterno e che è stato presentato ieri in Comune.
Una serie di racconti che parlano anche con ironia della vita del carcere e di come i reclusi vedano la vita all’esterno attraverso le sbarre e racconta dei loro rimpianti, della loro nostalgia, della difficoltà di rapporti interpersonali tra chi è costretto a convivere in pochi metri quadrati e la loro presentazione è stata l’occasione per un dialogo a più voci a cui hanno partecipato assieme all’autore il vice sindaco Matteo Sassi, il direttore degli istituti di pena di Reggio Paolo Madonna e Marco Ruini di Anemos.
Il presidente dell’ associazione culturale che ha interamente finanziato il progetto e che spera con il ricavato dalla vendita del libro di poter sostenere nuove iniziative sociali e culturali da svolgere alla Pulce . «Occorre guardare oltre questa singola esperienza _ ha affermato il direttore degli istituti di pena reggiani Paolo Madonna _ perché il carcere è una questione che riguarda tutti noi. Un luogo in cui in tutti i detenuti vivono momenti di dolore, rabbia e a tratti di disperazione, ma sullo sfondo c’è sempre la speranza. Così come per avere un carcere migliore è indispensabile la collaborazione con il territorio e la società».
Un concetto che lo stesso Marco Ruini di Anemos ha ampliato, sottolineando che «se nel frattempo i manicomi si sono cambiati, altrettanto non si può dire per il carcere. Dove chi vi è rinchiuso dopo un mese si sente una vittima, anche se ha commesso delitti efferati».
Una conferma di quanto lo stesso Mazic scrive nel libro: «E’ molto raro imbattersi in un recluso con sensi di colpa a causa del reato compiuto. Perlomeno io non l’ho incontrato…». Mazic non assolve e non fa sconti né a chi è dentro né a chi è fuori e non parla di colpa e di espiazione. Di se stesso dice solamente «che lo scrivere è stata la conclusione del mio percorso».
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