Un nuovo fertilizzante derivato da rifiuti biologici
Tre studiosi di Unimore analizzano i derivati della Cooperativa Agroenergetica La ricerca sul Cat di Correggio presentata su una rivista scientifica internazionale
CORREGGIO. Analizzando i derivati della Cat, la Cooperativa Agroenergetica Territoriale di Correggio, tre studiosi di Unimore sono riusciti a creare un nuovo fertilizzante per i fiori e le piccole piante accolte nelle serre e nei giardini domestici. La ricerca, finanziata dalla Fondazione Manodori, riguardava i gonfiori che talvolta colpiscono le forme di Parmigiano Reggiano impedendone la marchiatura e riducendone di conseguenza il valore.
L’interessante scoperta, subito presentata su una rivista scientifica internazionale, è stata condotta da Nicola Pecchioni, Andrea Pulvirenti e Domenico Ronga, tutti del Dipartimento di Scienze della vita di Unimore, che operano nel padiglione Besta al campus San Lazzaro e nel centro ricerche di via Kennedy.
I risultati ottenuti sono basati sulla individuazione e la modifica dei clostridi, spore batteriche presenti nel digestato, sottoprodotto derivante dal biogas, fonte di approvvigionamento energetico in continua ascesa nelle aree ad alta produzione casearia.
Come fare per evitare che le spore incriminate contaminino il terreno dove viene usato come fertilizzante? Sotto esame i campioni di ingestati e digestati provenienti dall’impianto della cooperativa correggese che fa parte del Consorzio Italiano Biogas. Dopo esami microbiologici ed analisi chimiche è stata trovata una soluzione che ha portato alla eliminazione delle cellule incriminate. Ricorrendo ad alte temperature e adeguate pressioni, il digestato è stato trasformato in un “pellet” solido, che può essere stoccato, minuscoli cilindretti scuri, una “liquirizia” che può essere adottata per aiutare a crescere fiori e piccole piante. Dalla terra dunque per la terra. Con la tranquillizzante garanzia che gli impianti di biogas come quello correggese possono coesistere nelle zone vocate alla produzione di specialità lattiero casearia come il Parmigiano Reggiano. “E’ calato il ph – spiega Ronga – ed è diminuita la componente di acqua, e ciò ha facilitato pure il trasporto, mentre si sono concentrati gli elementi nutrienti quali fosforo, potassio, azoto”. Una manna per molti terreni. Tanto che ora è iniziata la seconda fase, il possibile impiego di questo derivato per valorizzare le aree agricole reggiane. L’ applicazione su larga scala potrebbe avvenire entro breve tempo.
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