L'Officina del Battagliero sulle orme di Tienno Pattacini
Verso il concerto di Capodanno in piazza a Reggio Emilia. Francesco Gualerzi: "Musiche, racconti, testimonianze, cenni storici sulle orme della nostra tradizione musicale"
REGGIO EMILIA. Un capodanno per riscoprire le radici musicali emiliane. È la proposta di “That's all Folks”, spettacolo di fine anno con l’Officina del Battagliero, in piazza Martiri del 7 luglio dalle 23. Il settetto di musicisti tutti reggiani è nato con la volontà di recuperare con purezza e rigore il linguaggio musicale del nostro folk nato a fine '800 e giunto a piena maturazione nella prima metà del '900.
A guidare la formazione, il polistrumentista bibbianese Francesco Gualerzi, in queste ore alle prese con le prove per la grande festa dell’ultimo. «Daremo il benvenuto al 2016 con uno spettacolo di musiche, racconti, testimonianze, cenni storici sulle orme di Tienno Pattacini e della nostra tradizione musicale più antica – spiega il musicista bibbianese – Con il progetto Officina del Battagliero abbiamo recuperato un repertorio di musica da ballo che nessuno conosce più, caratterizzata da tempi molto più veloci di quelli che si suonano oggi. Una musica che non era ancora etichettata come liscio, unica e antica».
Pattacini, leggendario clarinettista della Val d'Enza, iniziò a suonare a 16 anni con la seconda generazione dei Cantoni, formazione che aveva radici nell'800. Negli anni '30 diede vita alla sua prima formazione, l'Orchestrina, e nel 1933 compose il valzer Battagliero, un brano ancora oggi di culto, emblema di una musica capace di far dialogare folclore e musica colta.
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«Quello di Tienno è un repertorio vastissimo, che conta diverse centinaia di brani – racconta Gualerzi – In questi mesi l'abbiamo riproposto nei teatri e il risultato è andato ben oltre le aspettative, con un sold out a ogni serata. Per questo abbiamo accolto volentieri la proposta del Comune e di Arci di regalare quest'esperienza il 31 dicembre a più persone possibile, suonando in piazza a Reggio Emilia. Ci è piaciuta l'idea di concludere il 2015 all'insegna della tradizione, con un capodanno in famiglia».
Ma cosa significa suonare “alla Pattacini”?
«È un linguaggio, un modo di interpretare valzer, mazurche, polche e tanghi proveniente da una tradizione completamente diversa da tutti gli altri generi ballabili. Una tradizione nobile, che discende dal concerto dei Cantoni, da Giuseppe Verdi e, ancora prima, dal valzer viennese».
L'unica realtà in grado oggi di suonare con quello stile e riproporre fedelmente quel linguaggio è l'Officina del Battagliero. L'orchestra è formata da due generazioni di musicisti, ci sono membri storici che hanno suonato con Pattacini e musicisti più giovani.
«Tra quelli della vecchia guardia ci sono anch'io – prosegue il musicista, classe 1963, ridendo – ho iniziato a 16 anni con l'orchestra Azzurra, dove suonavano il chitarrista Adelmo Sassi e Glauco Caminati, che oggi sono parte dell'Officina. Caminati ha 79 anni ed è stato il fisarmonicista storico di Pattacini. Tra i giovani, al sax e clarinetto, c'è Mirco Ghirardini, con cui avevo già fatto un'esperienza di recupero con l'Usignolo. Poi ci sono Valentino Spaggiari al trombone, Marco Bortesi al basso e Riccardo Bontempelli alla batteria. Abbiamo trovato una sinergia in modo naturale: ci divertiamo e stiamo bene insieme, perché suoniamo una musica che non solo è nel nostro dna, ma è ricca di storie e aneddoti che ci permettono di riscoprire e ripercorrere continuamente una storia che parla di noi, della nostra indole e del nostro dialetto. È un rock tutto nostro».
In questi anni stiamo assistendo a un riscoperta della musica folk emiliana, soprattutto di quella nata dalle nostre parti. «È nel nostro dna. Come un sapore che non senti per anni ma che il tuo corpo poi riconosce. È successo anche con la nostra musica e la cosa più bella è che ci sono anche molti giovani che l'apprezzano. Perché non è la musica storpiata delle piste da ballo di oggi, con le basi e il playback, ma una tradizione nobile, musica fatta con rispetto per chi la balla e la ascolta. Una musica profondamente nostra, che è rimasta dentro la nostra gente, un patrimonio condiviso e unico».
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