Gazzetta di Reggio

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I nuovi schiavi: storie di "indiani padani" tra obbedienza e rivolta

Loris Campetti
I nuovi schiavi: storie di "indiani padani" tra obbedienza e rivolta

"Non ho l'età": Loris Campetti racconta in un libro la storia di Goghi la ribelle e dei lavoratori punjabi della Bassa Reggiana

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REGGIO EMILIA. Verso la fine del mio viaggio in Italia alla ricerca degli invisibili – gli ultracinquantenni che hanno perso il lavoro in questi anni di crisi, troppo vecchi per trovarne uno nuovo e troppo giovani per la pensione – sono finito sulla via Emilia e ho fatto tappa a Reggio.

Sono arrivato con i miei quaderni già pieni di storie di uomini e donne, operai e operaie alla catena di montaggio o in una fungaia, o addetti a scoibentare senza protezione i vagoni ferroviari intrisi d’amianto, dirigenti nel teatro o nel mondo cooperativo, tecnici informatici, chimici, grafici e ambientali.

Persone, figure sociali molto diverse ma unite da una stessa condizione segnata dalla perdita del lavoro, cancellate dall’economia e dalla politica e sbanchettate persino dai media che almeno ai giovani senza lavoro un po’ d’attenzione la prestano.

La modificazione, meglio dire il peggioramento del sistema legislativo sul lavoro, ha contribuito a destabilizzare questi ex lavoratori per i quali la pensione è ormai una chimera. Nei loro racconti spesso ho incontrato la parola “paura”: per il presente e il futuro, paura persino di raccontarsi temendo che mettere la propria faccia in una narrazione di denuncia avrebbe arrecato un surplus di problemi, l’impossibilità di trovare un nuovo lavoro. Cosicché ho dovuto accettare l’idea, inconcepibileper un giornalista che da decenni frequenta e racconta vita, morte, miracoli e sofferenze dei lavoratori, di garantire l’anonimato a molti dei testimoni del mio libro. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.12719963:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.12719963:1649478052/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Incontrare Goghi nella sua casa della bonifica in Bassa Reggiana è stata una liberazione dal senso di oppressione provocato dalla raccolta di tante storie d’identità cancellata, perché se il lavoro è tutto, perderlo vuol dire perdere ruolo e senso.

L’indiana del Punjab che ha guidato la lotta di 185 suoi connazionali per conquistare il contratto di lavoro in una cooperativa di facchinaggio è fatta di una farina diversa: “Il mio nome è Goghi, tutti mi chiamano così. Non mi interessa l’anonimato perché le cose che ho da dire le ho gridate davanti all’azienda, ai poliziotti che volevano convincerci a togliere il presidio e a sospendere lo sciopero della fame; le ho ripetute in piazza a Reggio e nella sede della Provincia quando l’abbiamo occupata”.

Il contratto è riuscita a conquistarlo, ma per ritorsione la cooperativa ha chiuso i battenti per poi riaprire sotto altro nome, lasciando fuori quegli irriducibili 185 indiani che avevano condotto la lotta. Ma questo esito odioso non l’ha piegata, Goghi è una forza della natura, mai doma. Ha lavorato in un circo, poi in campagna alla coltivazione del tabacco, nelle stalle, in fabbrica. Ha aiutato i suoi compagni a trovarsi un altro lavoro, ma a trovarlo per lei, ribelle indiana, non c’è riuscita.

Si aggiusta facendo lavoretti, cucinando piatti tipici della sua terra, strigliando i cavalli qualche ora la settimana, senza mai piegarsi: “A quelli della Digos che mi suggerivano di non girare in bicicletta da sola per non correre rischi, dato che avevo ricevuto non poche minacce, ho risposto che dalle mie parti, se si viene ammazzati si diventa fantasmi. E i fantasmi ritornano, se mi fanno fuori torno avvolta da un lenzuolo a fare i conti con i colpevoli e li sistemo tutti quanti. Non chiedetemi che lavoro vorrei fare da grande, intanto perché sono abbastanza grande e i miei cinquant’anni me li sono lasciati alle spalle. E poi il problema non è quale lavoro, ne ho fatti tanti, posso farne anche altri. Il lavoro non mi spaventa, però non sono più disposta a lavorare per una cooperativa, né a fare la schiava sotto qualsiasi padrone. Perché la verità è che oggi chi lavora in Italia è senza diritti, dunque è uno schiavo”.

Guarda: il Parmigiano Reggiano grazie agli indiani

Ci sono paesi, nel Reggiano, in cui gli indiani sono più del 10% della popolazione residente. Vengono soprattutto dal Punjab, frequentano i tempi sik – ce ne sono due in provincia – si spostano nei paesi della bassa in bici tra casa e cascina, fabbrica, campi. Sono stati sempre ben accetti da una quindicina d’anni, almeno fino all’esplosione della crisi quando l’attenzione rancorosa per lo straniero ha cominciato a far capolino anche nel cuore del modello emiliano. Ben accolti perché sono seri, obbedienti, un luogo comune li vuole devoti verso i datori di lavoro che amano e rispettano così come gli animali di cui molti di loro si occupano.

Come dice il fondatore di Slow Food, Carlin Petrini, senza indiani non ci sarebbero parmigiano e prosciutto di Parma. Per questo la lotta degli indiani della Gfe ha fatto scalpore, ribaltando certezze e luoghi comuni sulla loro presunta subalternità che tanto piace agli imprenditori – grandi e piccoli, privati e cooperatori – di questa terra. E se oggi Goghi non riesce più a trovare un lavoro, forse è proprio perché ha rovesciato il tavolo da gioco in cui a vincere e a dettare le regole è sempre e soltanto uno: il padrone.

Vai alla scheda del libro

Indiani, tra obbedienza e rivolta [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.12719965:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.12719965:1649478052/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Sono migliaia gli indiani che popolano la Pianura padana, la coltivano, mungono le vacche e strigliano i cavalli, svolgono i lavori più pesanti, precari e intermittenti come il facchinaggio nei servizi all’industria e alla logistica. Puoi incontrarli sulla via Emilia e nelle strade della bassa Reggiana mentre spingono sui pedali, turbante in testa, ma anche al cambio turno nelle fonderie: è un classico che a reggere gli striscioni della Cgil alle manifestazioni ci siano loro, non come elemento di esotismo ma a testimonianza della realtà lavorativa emiliana.

Li trovi nelle porcilaie, non mancano nei circhi ad accudire gli animali e ad attaccare i manifesti sui muri delle città dove si svolgono gli spettacoli equestri. Nella seconda metà del secolo scorso, quando ancora non c’erano leggi che impedissero l’uso degli animali negli spettacoli circensi, nei Comuni reggiani i primi punjabi, provenienti dalla regione omonima al confine con il Pakistan, arrivarono proprio attirati dai circhi, per poi riciclarsi negli altri lavori disponibili. Lo “sbarco” massiccio si è verificato all’inizio degli anni Duemila e per tutto il primo decennio.

In comuni come Campegine e Novellara sono arrivati a sfiorare, e in qualche Comune e frazione persino a superare, il 10 per cento dell’intera popolazione residente, con percentuali sempre molto maggiori rispetto ai migranti provenienti dal Nordafrica e dai Balcani.

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Come ripete spesso nei suoi interventi il fondatore di Slow Food Carlin Petrini, non avremmo il parmigiano in tavola se non ci fossero gli indiani a mungere le nostre vacche, e neanche il prosciutto di Parma se non ci fossero i punjabi a governare le nostre porcilaie. È vero che lo stesso fenomeno si può riscontrare nel Sud del Lazio, superando in automobile lungo la Pontina file di ciclisti con il turbante in testa che hanno appena terminato di mungere le bufale il cui latte diventerà mozzarella, ma in nessun luogo la concentrazione di indiani è così alta come nel Reggiano. Così alta che le istituzioni hanno dovuto farsi carico di quel che la benvenuta “invasione” ha comportato, da un punto di vista dei servizi, dalla sanità all’istruzione, e delle azioni necessarie all’integrazione, termine ambiguo e assai diversamente coniugato.

L’efficienza del modello emiliano ha impedito l’esplosione dei conflitti più duri, almeno fino all’arrivo della grande crisi alla fine del decennio scorso. Una crisi che ha colpito il settore industriale in particolare, ma non ha impedito che per fare il parmigiano e i prosciutti serva il lavoro degli indiani del Punjab. Sono addirittura due i templi sikh in provincia di Reggio Emilia, e in particolare quello di Novellara è il punto di riferimento per gli indiani che vivono e lavorano nella Pianura padana, dalla Lombardia all’Emilia. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:foto-e-video:1.298098:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/foto-e-video/2011/04/16/fotogalleria/il-popolo-sikh-celebra-il-baisakhi-day-1.298098]]

Perché arrivano, e perché proprio qui? Per rispondere a queste domande ci avvaliamo dell’aiuto di
Barbara Bertolani, docente all’università del Molise, la ricercatrice che più ha studiato il fenomeno e l’ha raccontato nei suoi libri. Riprendiamo da un suo saggio le parole di un testimone, un indiano del Punjab

“Loro [i datori di lavoro] hanno visto che per straordinario o per lavorare di più, sabato o domenica noi non diciamo di no mai, siamo sempre disponibili... Come vedo marocchini o italiani... se loro stanno un pochino male vanno a casa subito, se a casa loro c’è qualcuno [che sta] male non vengono a lavorare. Invece noi siamo un po’ diversi, noi diamo più possibilità a lavorare, noi diamo più rispetto a lavorare... [C’era mio figlio che aveva la febbre... ma io lo stesso] sono andato a lavorare... poi qua, come era che è una cooperativa, se anche lasciano a casa [in fermo lavorativo non pagato], sono poche le persone che sanno parlare bene italiano e che ‘vanno contro’... Poi la verità è questa, che nostro... capo... lui una volta mi ha detto ‘...quando vengono due persone a fare domanda lavoro, uno indiano e uno italiano, io do precedenza a indiano...’. Dice ‘Maggior parte degli italiani hanno poca voglia di lavorare, indiani danno tutto... per lavorare, sono sempre presenti...’. Poi la cosa migliore per loro è che noi siamo onesti, dove lavoriamo noi mai rubato niente. Io lavoro qua da nove anni, in nove anni mai visto un indiano ‘beccato’ [a rubare]...”.

Così si raccontano, gli indiani reggiani, suggerendo involontariamente non poche riflessioni sul rapporto tra lavoro e diritti. Dal saggio Emilia rossa: una terra solidale? Riflessioni a margine di uno studio di caso, sempre di Barbara Bertolani, leggiamo: “(...) la ‘predisposizione’ loro generalmente attribuita all’onestà e alla non violenza, la supposta tendenza all’organizzazione comunitaria e al rispetto dell’autorità, così come il rispetto e la devozione religiosa verso alcuni animali ritenuti sacri (la mucca), ne fanno agli occhi dei datori di lavoro italiani dei lavoratori affidabili e fidati, nonché particolarmente adatti al lavoro in agricoltura.

Si tratta, evidentemente, di immagini stereotipate e di preconcetti diffusi che – se positivi – vengono ampiamente sfruttati dai diretti interessati. Questi pregiudizi divengono cioè un capitale sociale di tipo simbolico che, nel rapportarsi con la società italiana, viene costantemente rinforzato sia a livello individuale che collettivo, in quello che sembra essere un ‘gioco degli specchi’: io sono come tu mi vedi, sono come tu mi vuoi”.

Luoghi comuni e stereotipi, per quanto positivi, cominciano a vacillare quando entra in gioco la soggettività di chi lavora, qualunque sia la sua provenienza geografica. Paradigmatica è la storia che in questo libro ci racconta Goghi, socia-lavoratrice della cooperativa di facchinaggio Gfe di Campegine, che prende coscienza della propria condizione di sfruttata e scopre i suoi diritti. Prima fa capolino e poi letteralmente esplode la classica lotta di classe nel conflitto finalizzato a strappare il contratto collettivo di lavoro per tutti i soci-dipendenti, in prevalenza indiani, con scioperi prima “normali” e poi della fame e della sete, presidi davanti all’azienda, occupazione della Provincia di Reggio Emilia. Una vertenza storica nei confronti di una cooperativa – soggetto che da queste parti è sacro come lo sono le mucche per gli indiani – che ha gettato nel panico l’intero establishment politico, istituzionale e persino sindacale dell’“Emilia rossa”.

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Tradizionale la risposta padronale (pardon, cooperativa): fallimento della società, con il sostegno dell’unica grande azienda committente – la Snatt del gruppo Fagioli – che del contratto collettivo di lavoro strappato dalla lotta degli indiani non vuole saperne, creazione di due nuove cooperative con altro nome, divisione dei dipendenti e liquidazione dei 185 indiani che hanno sostenuto la lotta. Mettendo in campo tutta la solidarietà che certo non le manca, così come la rete di relazioni, Goghi è riuscita a trovare una nuova sistemazione per i suoi compagni rimasti senza lavoro, ma per se stessa non ce l’ha fatta e adesso si arrangia come può per sbarcare il lunario, strigliando per qualche ora a settimana i cavalli e cucinando in casa piatti tipici del suo Paese per alcuni negozi etnici.

Non ci vuole molto a immaginare perché Goghi non è riuscita a trovare un nuovo lavoro stabile: con la sua lotta ha fatto a pezzi lo stereotipo dell’indiano pronto a lavorare a testa bassa senza pretese e rivendicazioni e a rispondere signorsì a ogni richiesta del padrone.

Contemporaneamente ha messo a nudo i comportamenti ben poco solidali di una grande cooperativa nella terra in cui il sistema cooperativo ha visto la luce.

Il mio nome è Goghi, operaia non schiava [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.12719964:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.12719964:1649478052/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Il mio nome è Goghi, tutti mi chiamano così. Non mi interessa l’anonimato perché le cose che ho da dire le ho gridate sia davanti all’azienda che ai poliziotti che volevano convincerci a togliere il presidio e a sospendere lo sciopero della fame e della sete; le ho ripetute in piazza a Reggio Emilia e nella sede della Provincia quando l’abbiamo occupata.

A quelli della Digos che mi suggerivano di non andare in giro in bicicletta da sola per non correre rischi, dato che avevo ricevuto non poche minacce, e forse anche per delle informazioni riservate che avevano loro, ho risposto che dalle mie parti, in India, se si viene ammazzati si diventa fantasmi. E i fantasmi ritornano, se mi fanno fuori torno nella veste di un fantasma a fare i conti con i colpevoli e li sistemo tutti quanti. Non chiedetemi che lavoro vorrei fare da grande, intanto perché sono già abbastanza grande e i miei 50 anni me li sono lasciati alle spalle. E poi il problema non è quale lavoro vorrei fare, ne ho fatti tanti, dal circo alla fabbrica, dalla stalla al forno e alla cucina, posso farne anche altri. Il lavoro non mi spaventa, però non sono più disposta a lavorare per una cooperativa, né a fare la schiava sotto qualsiasi padrone. Perché la verità è che oggi chi lavora in Italia è senza diritti, dunque è uno schiavo.

Sono nata in India nel Punjab, al confine con il Pakistan. Mia mamma era sindaco del paese. Sono venuta in Italia nel 1986 per raggiungere mio marito, anche lui indiano, che quando era stato costretto a scappare dall’Iran dove era scoppiata la guerra con l’Iraq era venuto al circo Miranda Orfei a fare l’elettricista, seguendo gli spostamenti della struttura in giro per l’Italia dove si tenevano gli spettacoli. Per due o tre mesi sono rimasta anch’io a lavorare al circo finché sono rimasta incinta e siccome avevo una gravidanza difficile mi ricoveravo da un ospedale all’altro, a seconda di dove il circo faceva tappa. Quando il circo ha chiuso siamo andati a Città di Castello invitati da un amico indiano conosciuto a uno degli spettacoli.

A Città di Castello è nata mia figlia. Nel ’90 ci siamo trasferiti nel Reggiano e io ho lavorato nel ciclo agricolo del tabacco. Tre anni dopo, ho lasciato il tabacco e sono andata a lavorare in una stalla, anche se i padroni del tabacco volevano portarmi in fabbrica dove si completa la lavorazione del prodotto, mi dicevano anche “Ti paghiamo il biglietto noi, vai in India e porta un po’ di persone che qui abbiamo bisogno di bravi lavoratori come te”. Non ho accettato, mi trovavo meglio a lavorare nella stalla dove guadagnavo il doppio, anche se il lavoro era duro e le mucche mangiano pure il sabato e la domenica.

Nella stalla sono rimasta diversi anni, nel frattempo mio marito era morto nel 2001 [in seguito al calcio ricevuto da una mucca che stava mungendo: in ospedale avevano sottovalutato la gravità della situazione e il marito di Goghi è morto dissanguato nel suo letto, ndr]. I proprietari della stalla sono stati la mia nuova famiglia, i miei figli (una femmina e un maschio più giovane) chiamavano il proprietario “nonno bianco” per il colore dei suoi capelli. Ero trattata bene, venivano a prendermi a casa in automobile per portarmi al lavoro.

Quando l’azienda è stata venduta a della gente di Brescia e i nuovi padroni hanno preteso di abbassarmi lo stipendio e accelerare i ritmi produttivi me ne sono andata a lavorare in una ditta di Poviglio nella bassa Reggiana a fare i bancali di legno. I bresciani sono venuti a cercarmi a casa promettendo di mettermi in regola con il contratto ma io sono una che non si piega e ho preferito restare in fabbrica con uno stipendio più basso, così per ritorsione hanno licenziato mio marito che era rimasto a lavorare per loro, anche se poi sono stati costretti a riprenderlo. Sono rimasta ai bancali, ma quando hanno preteso di farmi lavorare di più a parità di salario, pensando che essendo morto mio marito avessi più tempo disponibile, ho litigato, ho preso su e me ne sono andata a lavorare in una nuova stalla.

Nel 2003, dopo un po’ di nero sono entrata in fabbrica con la Gfe (Gruppo facchini emiliani) aderente a Lega Coop. Si faceva etichettamento e imballaggio di materiale tessile per la Snatt, un gigante della logistica che immagazzina e distribuisce tutte le principali griffe del settore, da Polo a Dolce&Gabbana, a Cisalfa.

Eravamo fino a 516 dipendenti, in maggioranza indiani, soci con contratto a tempo indeterminato, però un regolamento interno alla cooperativa consentiva di eluderlo. Ma noi che ne sapevamo? Quando non c’era lavoro noi soci venivamo lasciati a casa, a volte mi arrivavano buste paga senza una lira, o addirittura ero io che dovevo dare indietro dei soldi e solo più tardi abbiamo scoperto che se lavoravamo meno di 15 giorni al mese perdevamo ferie, assegni familiari e contributi.

I salari erano bassi, inferiori a 7 euro lordi l’ora che potevano addirittura scendere a 3,9 euro netti. Io avevo proposto che si lavorasse a rotazione per evitare che gli operai con famiglia che dovevano tirare su dei figli fossero penalizzati più degli altri, ma quelli lì non ci vollero sentire. Con il peggioramento delle condizioni di lavoro abbiamo cominciato a mobilitarci, anche perché girava voce che la coop volesse chiudere per poi riaprire con un nome diverso. Il cda era completamente controllato dalla Snatt.

Bloccammo i cancelli per conquistare un vero contratto, con assemblee a cui partecipavano anche 300 soci. A novembre del 2011 ci arrivò una lettera in cui ci si diceva che l’indomani non avremmo dovuto presentarci al lavoro. Naturalmente andammo ugualmente e trovando i cancelli chiusi decidemmo di restare in presidio. La Snatt aveva disdetto il contratto e la metà dei soci erano stati convinti a dimettersi con la promessa che sarebbero stati assunti da altre due cooperative nate dalla liquidazione della Gfe.

Ci hanno divisi, in 185 abbiamo rifiutato di aderire alla richiesta e abbiamo fatto una lunga lotta. Noi abbiamo continuato il presidio ai cancelli di Campeggine, sostenuti almeno all’inizio anche dalla Cgil. Quando abbiamo cominciato uno sciopero della fame e della sete durato cinque giorni, le acque si sono subito agitate, è intervenuta la Regione Emilia Romagna per far pressione su di noi, sono intervenute la polizia e la Digos e infine la Cgil ci ha convinti a lasciare liberi i cancelli e trasferirci a Reggio occupando la Provincia. Il 14 giugno, al termine di una trattativa alla sede della Regione abbiamo raggiunto un accordo che ci garantiva cassa integrazione e mobilità, che mi ha coperto da un punto di vista salariale con 600-800 euro fino al 2014.

Quando abbiamo cominciato a prendere coscienza del fatto che in cooperativa i nostri diritti erano violati quotidianamente, iniziando un po’ di controlli abbiamo scoperto che il presidente era un prestanome e che tutte le decisioni venivano prese senza mai coinvolgere noi soci. Eravamo anche riusciti a riprendere in mano la situazione costituendo un nuovo consiglio di amministrazione di cui anch’io facevo parte, ma con il fallimento è stato tutto inutile.

Dopo l’accordo in Regione ho dedicato tutto il tempo e l’impegno a trovare una sistemazione per le persone che avevano sostenuto la lotta insieme a me e che come me una domenica di novembre erano stati licenziati con un sms sul telefonino. In 185 avevamo promosso una vertenza legale contro la Snatt che aveva mosso le fila di tutta l’operazione, ma il 14 luglio del 2012 è arrivata la sentenza del giudice: ci ha dato torto, e io ho versato un fiume di lacrime, infine mi sono tirata su le maniche un’altra volta.

Adesso faccio la nonna a tempo pieno e a volte vado a dare una mano al forno di mia figlia. Per tirare su qualche soldo faccio da mangiare nella casa della bonifica dove vivo pagando un affitto di 100 euro al mese, ma l’ho rimessa in sesto ed è grazie al mio lavoro che oggi si tiene in piedi. Durante il terremoto ho anche ospitato una famiglia di indiani con tre bambini rimasti senza casa. Preparo le Samosa, un piatto popolare indiano fatto di fagottini di pasta ripieni di patate, cipolla, e piselli per due negozi della zona a cui preparo anche altri fritti. Inoltre lavoro qualche ora a lavare e nutrire i cavalli. Dimenticavo il volontariato presso una casa di cura.

Ora sono cittadina italiana e non tornerei in India, mio marito non c’è più e non ci sono più troppe cose, starei solo male con un fardello pieno di tutti i miei ricordi. Da qui non scappo. Quando era ancora vivo accompagnavo mio marito – lui era credente – al tempio sikh di Novellara. Io non sono credente, o meglio in qualcosa credo: nell’umanità.

L’esperienza alla Gfe mi ha lasciato tanta amarezza e dolore. Però mi ha fatto incontrare una nuova famiglia cresciuta nella lotta, ho incontrato il sindacato, nelle sue persone migliori che mi hanno sostenuta e anche nelle sue parti meno nobili che hanno marginalizzato chi aiutava noi indiani. Il Pd, che dalle nostre parti governa tutto, non s’è mai visto, anzi, qualche volta si è fatto vedere ma stava dall’altra parte, dalla parte di chi ci ha licenziati. Ho parenti in giro per il mondo, una sorella a San Diego, un’amica a Londra, mi offrono rifugio da loro ma io sono Goghi, una cittadina italiana che combatte qui le sue battaglie.

Ho presidiato fabbriche e occupato la Provincia, ho manifestato in piazza, sono stata accusata dai poliziotti di lanciare uova e sapete cosa ho risposto? Ho risposto che le uova le mangio, se decidessi di tirarvi qualcosa non sarebbero certo uova ma qualcosa che riconoscereste dall’odore. Ho partecipato ad assemblee nelle scuole, nei centri sociali, nelle feste politiche soprattutto per dire ai ragazzi che quel che capitava a me doveva interessare prima di tutti loro che sono giovani; devono capire in che situazione si troveranno a vivere e cercare lavoro. Adesso ho scoperto che per quel brevissimo periodo che sono stata nel cda della Gfe prima del fallimento, rischio di dover pagare i creditori. Sembra uno scherzo, ma mi dicono che non lo è.

 

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