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Nuovo colpo al clan Grande Aracri, sedici arresti

Nuovo colpo al clan Grande Aracri, sedici arresti

E' scattata l'operazione Kyteriun II  con sviluppi sull'assasinio di Antonio Dragone. Ordinanza di custodia notifica in carcere per Nicolino Grande Aracri. Il plauso di Rosy Bindi: "Inferto un duro colpo alla cosca"

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CROTONE. Blitz nella notte da parte dei carabinieri del comando di Crotone e di Catanzaro la famiglia di ’ndrangheta dei Grande Aracri, per la cattura di 16 persone tra presunti capi e gregari. Al blitz hanno partecipato circa un centinaio di carabinieri, che hanno passato al setaccio l'intera fascia dell'Alto Ionio calabrese. Gli arresti sono stati ordinati dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro per i reati di associazione mafiosa, estorsione, usura e omicidio.

L'indagine dei militari ha consentito di far luce sulle attività intimidatorie e predatorie del clan, compreso l'omicidio di un vecchio boss del Crotonese Antonio Dragone, ucciso in un agguato il 10 maggio 2004 a Cutro. L'auto sulla quale Dragone viaggiava insieme ad altre due persone - rimaste illese - fu speronata dalla vettura dei sicari e quando il boss scese per cercare di fuggire fu raggiunto da numerosi colpi di mitra e di pistola al volto.  

Sono in tutto sedici le persone raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione «Kyterion II«. Uno dei provvedimenti è stato notificato in carcere a Nicolino Grande Aracri, 56 anni, detenuto e sottoposto al 41 bis, indicato dagli investigatori come il boss di Cutro ed al vertice della coincidente, ma meno estesa, struttura denominata Locale di Cutro.
 
 
GLI ARRESTI
 
In carcere sono finiti Antonio Grande Aracri, 55 anni, fratello di Nicolino; Rocco Corda, detto «Rocchino«, 45 anni, avvocato, Salvatore Scarpino, detto «Turuzzo«, 50 anni, e Giuseppe Altilia, 50 anni. Mentre sono stati disposti gli arresti domiciliari per Grazia Veloce, 72 anni, Esterino Peta, 27 anni.
 
L’ordinanza è stata notificata in carcere, dove erano già detenuti per altra causa, oltre al presunto boss Nicolino Grande Aracri, anche ad Angelo Greco, di 50 anni, Gennaro Mellea, di 38 anni, Francesco Lamanna, di 54 anni, Alfonso Diletto, di 48 anni, Vito Martino, di 45 anni, Romolo Villirillo, detto «Pietro Ù Porziano«, di 37 anni, ai cugini Pasquale e Michele Diletto, rispettivamente di 36 e 29 anni, ed a Giuseppe Celi, di 38 anni. Questi ultimi si trovano detenuti presso le carceri di Catanzaro, oltre che di Milano, Oristano, Sassari, Spoleto, Taranto, Torino e Viterbo, in virtù dei fermi disposti nel gennaio 2015 o delle ordinanze cautelari attuate nella ricollegata indagine Aemilia, condotta dai carabinieri dell’Emilia Romagna sotto la direzione della Dda di Bologna.
 
Su ulteriori indagati sono stati raccolti elementi tali da configurare responsabilità di rilievo, pur in assenza di presupposti che consentissero l’adozione di provvedimenti cautelari. 
 
Non sono state accolte dal gip, invece, le richieste di arresto per il fratello di Nicolino, Domenico, avvocato, e Lucia Stranieri, sorella dell'avvocato romano Benedetto Giovanni Stranieri, sottoposto a fermo un anno fa. L'accusa si riferisce ad un interessamento dei Grande Aracri per un ricorso in Cassazione contro una condanna di Giovanni Abramo. La Corte, nel marzo 2013 aveva annullato la sentenza impugnata per nuovo esame d'appello e Abramo era stato scarcerato. Al riguardo, ha sottolineato il procuratore aggiunto di Catanzaro Giovanni Bombardieri incontrando i giornalisti, ci sono «intercettazioni inquietanti, ma non sono emersi elementi per ritenere che ci sia stato effettivamente un intervento sulla Cassazione, per cui le parole dei legali potevano anche essere dovute a millanteria».
 
LE INDAGINI

La cosca Grande Aracri, secondo gli investigatori, aveva tentato di apriredei canali per avvicinare personaggi eccellenti che avrebbero potuto agevolare gli interessi della consorteria di ’ndrangheta. Si tratterebbe di ambienti ecclesiastici e ordini di cavalierato e millantati rapporti persino in Corte di Cassazione. Un contesto emerso già nella prima tranche dell’operazione condotta lo scorso anno e che ora conduce direttamente a Grazia Veloce, giornalista di 72 anni residente a Pomezia, finita agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione «Kiterion 2» portata a termine oggi dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.
 
In particolare, secondo gli inquirenti, Grazia Veloce avrebbe utilizzato le sue relazioni personali in ambienti ecclesiastici romani e in ordini di cavalierato. In questo modo, sempre secondo l’accusa, avrebbe assicurato i rapporti dei vertici del sodalizio criminoso con questi ambienti altolocati.
 
I COMMENTI
 
«La partecipazione ai tavoli di logge massoniche o associazioni di cavalieri era vista dalla cosca Grande Aracri come uno strumento di incontro con persone per bene che potevano tornare utili agli interessi della stessa cosca». Lo ha detto il procuratore facente funzioni di Catanzaro, Giovanni Bombardieri, nel corso della conferenza stampa che si è svolta nella sede della procura di Catanzaro per illustrare i particolari dell’operazione «Kyterion 2» contro il clan del Crotonese. Il particolare emerge, secondo quanto riferito dallo stesso Bombardieri, da alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. 
 
«L'indagine che oggi ha inferto un nuovo duro colpo ai vertici della cosca Grande Aracri è un risultato importante dell'azione di contrasto dello Stato contro una delle più aggressive famiglie della 'Ndrangheta calabrese, con ramificazioni nel Nord Italia e in particolare in Emilia Romagna». A sostenerlo è la presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, dopo l'operazione dei carabinieri dei comandi provinciali di Crotone e Catanzaro con la cattura di 16 persone.
 
«Ringrazio la Dda di Catanzaro e il comando provinciale del Carabinieri di Crotone per l'accurato lavoro investigativo che permesso di ricostruire ruoli e responsabilità di un gruppo criminale che oltre a esercitare con l'intimidazione mafiosa il controllo su rilevanti attività economiche e imprenditoriali, cerca il rapporto con la massoneria e si serve della faccia pulita di alcuni professionisti per agevolare i propri traffici illeciti ed estendere la rete di relazioni», conclude Bindi.

 

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