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Dragone finito con il calcio della pistola

Dragone finito con il calcio della pistola

La Dda ricostruisce l’omicidio del boss nell’agguato di 12 anni fa a colpi di bazooka e kalashnikov

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Agli atti dell’inchiesta Kyterion bis c’è una ricostruzione precisa – da parte della Dda di Catanzaro – dell’agguato mortale a Cutro che segnò la fine del boss Antonio Dragone e della sua cosca, ma parallelamente lanciò l’ascesa – con il sangue – del clan emergente dei Grande Aracri. Ed emergono particolari crudi, perché il boss rivale fu al centro di una vera e propria esecuzione.

La Dda ritiene responsabili di quell’omicidio di mafia i due fratelli Nicolino ed Ernesto Grande Aracri come mandanti, aggiungendo che del commando di fuoco faceva parte Angelo Greco (per gli inquirenti leader della locale di San Mauro Marchesato), mentre «altri soggetti sono allo stato ignoti». Sempre per questo delitto è già stato condannato in secondo grado Giovanni Abramo (genero del capoclan). «Nel corso dell’azione – scrivono gli investigatori nell’imputazione – venivano prima esplosi numerosi colpi di kalashnikov all’indirizzo dell’autovettura blindata Lancia K, a bordo della quale si trovavano la vittima (Antonio Dragone), Giovanni Spadafora (conducente il veicolo medesimo), nonché Antonio Ciampà, affiliato alla cosca Dragone, nonché nipote del Dragone medesimo». L’autista di Dragone cercò, con una mossa repentina, di sfuggire all’agguato, ma la Lancia K finì fuori strada. «Veniva puntato contro gli occupanti del veicolo – prosegue la Dda nella ricostruzione del delitto – un bazooka e sparati ripetuti colpi di arma da fuoco prima di kalashnikov, poi di pistola a tamburo calibro 38 special, che attingono Antonio Dragone, postosi alla fuga al momento dell’arresto dell’auto, al gluteo sinistro, alla coscia destra ed al viso, colpendolo, infine, col calcio della stessa pistola al capo, allorchè lo stesso era già in terra agonizzante. Il tutto mentre Ciampà e Spadafora riuscivano ad uscire repentinamente dall’auto dandosi a precipitosa fuga nella campagna circostante e, così, scampare all’agguato». Autista e nipote cercarono di aiutare il boss, ma lui capendo che la sua fine era segnata intimò loro di fuggire e lasciarlo al suo destino.

Per l’Antimafia fu un delitto premeditato «come risposta all’omicidio di Salvatore Blasco, al fine di agevolare e rafforzare nel predominio sul territorio le attività dell’associazione di stampo mafioso».

Una “guerra” che ebbe profonde ripercussioni– in quegli anni – anche nel Reggiano.

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