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Rai: il futuro dietro gli infortuni

Massimiliano Panarari
Rai: il futuro dietro gli infortuni

Gli scivoloni di Capodanno e le manovre delle nuove nomine

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Quieta non movere è una “filosofia” che, a giudizio di molti, permea la Rai. E, infatti, non appena succede qualcosa, nel bene come nel male, i toni si alzano al diapason ed esplodono gli scontri. Così, appunto, sta avvenendo all’indomani degli infortuni della trasmissione di fine anno, la polemica intorno ai quali – complice anche il periodo di (relativa) calma del lavoro istituzionale – sta incendiando le forze politiche.

Perché la Rai, industria culturale ancora centrale per questo Paese, ha accompagnato i cambiamenti del sistema politico, ne è stata cassa di risonanza e camera di compensazione (nonché uno dei terreni prediletti di lottizzazione). E, una volta entrati nell’era della democrazia del pubblico (sostanzialmente corrispondente in Italia alla Seconda Repubblica) – come ricordava il politologo Fabio Bordignon – ha visto porsi in maniera molto problematica, e all’insegna del duopolio, il tema dell’indipendenza del sistema mediatico.

Oggi ci troviamo alla vigilia di un cambio degli assetti potenzialmente portatore di novità positive (in chiave di maggiore autonomia) o di una dipendenza dalla politica per altra via e sotto mutate spoglie, a seconda di come i vertici dell’azienda interpreteranno il loro ruolo. E tra gennaio e febbraio andrà in porto un valzer di nuove nomine che coinvolgerà prima le reti e quindi i telegiornali, oggetti di ambizioni personali, veti incrociati, battaglie interne e, per il pubblico dei telespettatori che pagano il canone, un momento decisivo per verificare quale tipo di contenuti verrà loro proposto in una situazione che non brilla precisamente (a parte le debite eccezioni, televisive e radiofoniche) per innovazione e originalità dell’offerta.

Il fuoco di fila dei partiti intorno ai brutti scivoloni di capodanno (l’sms blasfemo, l’anticipazione della mezzanotte), su cui sono state aperte indagini interne, ci dice quindi molto degli appetiti che si sono scatenati alla vigilia dei cambi di direzione, come pure dei tentativi di salvaguardia delle posizioni.

La posizione “innocentista” dei politici di centrodestra (e dei membri del cda in quota) nei riguardi del direttore di RaiUno Giancarlo Leone sembra palesare il timore di una “renzizzazione” dei canali, mentre, per converso, alcuni conoscitori di cose televisive accreditano la tesi dell’utilizzo di questi incidenti veri e propri alla stregua di un casus belli da parte degli ambienti vicini al premier per colonizzare e mettere il cappello sul passaggio, assai significativo, in corso. Inoltre, va prestata attenzione alle mosse di quel Movimento 5 Stelle, in costante crescita nei sondaggi di gradimento (con conseguente preoccupazione del Pd), il quale da convitato di pietra si è fatto giocatore diretto di varie partite e che, nella fattispecie, esprime il presidente della commissione parlamentare di Vigilanza, Roberto Fico, e ha consentito l’ingresso in cda di Carlo Freccero, in materia televisiva (e non solo) non certo – come mostrano anche le cronache di questi ultimissimi giorni – un silente comprimario.

La riforma del servizio pubblico, difatti, è diventata nel frattempo legge, ma l’operatività dei pieni (e notevolissimi) poteri per il direttore generale Antonio Campo dall’Orto in procinto di convertirsi in amministratore delegato scatterà soltanto il 13 gennaio. A quel punto l’ad diventerà il deus ex machina dell’azienda, e si troverà a dover gestire – avendone le facoltà – la scommessa fondamentale che la Rai si trova a vivere in questi anni: quella di ripensarsi come servizio pubblico all’altezza della complessità mediologica e della pluralità di pubblici dell’età postmoderna. Un «vasto programma», come avrebbe commentato qualcuno…

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