Una madre: «Quel bimbo senza gambe, un terribile flash»
Oltre quindici anni fa partorì una bambina con un piede solo: «Se ne accorse l’ostetrica mentre la lavava»
REGGIO EMILIA. «E’ stato un flash allucinante che mi ha portato indietro nel tempo. Sono passati oltre 15 anni da quando ho dato alla luce, in un ospedale di Parma, una bambina senza un piede. Della malformazione si è accorta l’ostetrica mentre la lavava. Neppure i medici, pur avendola presa per le gambe essendo nata con il taglio cesareo, se ne erano accorti. Passata la notte, me l’hanno fatta vedere... Ecco, in questi giorni ho rivissuto quel dolore e posso sinceramente capire lo stato d’animo di quei poveri genitori». La notizia del piccolo nato il giorno di Natale al Maggiore di Parma senza gli arti inferiori ha avuto un’eco nazionale e nessuno ha probabilmente potuto leggere o ascoltare una storia tanto incredibile quanto dolorosa senza porsi delle domande. Ma per chi è passato attraverso un’esperienza simile le domande si accavallano ai ricordi che a loro volta sono attraversati da dubbi, rimorsi, sensi di colpa. «Perché in realtà quello che è accaduto tanti anni fa non l’ho mai superato. Caso mai l’ho accettato. Sono stata io a partorire, la mia bambina è cresciuta dentro di me, come si può vivere senza sensi di colpa?». A raccontare e a raccontarsi, con la grazia che scaturisce da una estrema consapevolezza, è una mamma reggiana.
Ma dove trova la forza, a distanza di tanti anni, per scavare dentro di sè e confrontarsi di nuovo con un dolore così grande?
«Quando ho letto della mamma di Scandiano che ha partorito un bambino senza gambe, oltre a sentirmi vicina a quei poveri genitori e a ripensare alla mia storia, mi sono posta delle domande a cui non sono stata in grado di dare risposte. Da qui, il bisogno di condividere. Innanzitutto, com’è possibile che nonostante tecniche diagnostiche sempre più sofisticate possa passare inosservata la mancanza addirittura di due gambe? Ma non si tratta solo di questo. Io, a suo tempo, non ho fatto denunce. Perché ero sotto shock e tutte le mie forze erano assorbite dalla cura della bambina. Ma anche perché l’ho considerato un errore umano: il piede, forse, poteva anche non essere visto. Oggi sono invece convinta che è necessario denunciare ma non per avere un ritorno economico. Lo scopo è fare venire alla luce storie che hanno dell’incredibile, cercate a tutti i costi la verità e fare in modo, questa è la mia speranza, che sempre meno genitori in futuro debbano passare attraverso esperienze come queste».
Lei dice di non avere superato ma accettato quello che le è successo. Non deve essere comunque stato facile...
«Con il senno di poi, mi dico che alla fine è andata bene così. Oggi ho una bella ragazza. E se avessi saputo prima della malformazione, chissà cosa sarebbe successo. Forse avrei interrotto la gravidanza... e oggi me ne sarei pentita».
Ha almeno saputo qual è stata la causa della malformazione?
«Abbiamo fatto per due anni un percorso guidato da un genetista e una volta escluse le cause genetiche e la presenza di bande amniotiche (che impediscono agli arti di svilupparsi ndr) e rimasta la terza causa: inquinamento ambientale».
Quali consigli, se ce ne sono, si sente di dare ai genitori di Scandiano che proprio ora iniziano il loro percorso?
«Nessun consiglio. Le difficoltà si affrontano giorno per giorno ma i veri problemi, per noi, sono arrivati quando la bambina ha iniziato a crescere. E a capire. Mi ricordo quando, a 3 anni, mi ha chiesto se prima o poi le sarebbe cresciuto il piedino. E poi quella sera che ha chiesto alla sua “fata dei desideri” di farle trovare, il mattino successivo, il piedino che non aveva. Ma è stato quando, dopo sei anni, sono rimasta di nuovo incinta, che le sue domande sono diventate... dolorose. Le avevamo raccontato che il suo piedino si era fratturato nella pancia della mamma, quindi ci ha chiesto se il fratellino sarebbe nato con quello stesso piedino. Poi, quando è arrivato il momento del parto, lei ha chiesto alla “fata dei desideri” che il fratellino nascesse con entrambi i piedi. Ed è stata accontentata. Io non avevo interpellato la sua fata, ma quella gravidanza è stata psicologicamente terribile. Così come la prima, fino al momento del parto, era stata splendida».
Dove ha trovato il coraggio di avere un secondo figlio?
«Ci ho voluto credere. E le dirò di più. Mi sono affidata allo stesso ginecologo che aveva seguito la mia prima gravidanza, convinta che questa volta ci sarebbe stata più attenzione... Ma contemporaneamente mi facevo seguire da un altro medico. In realtà quando ero in attesa della prima figlia, guardando e riguardando le videocassette delle ecografie con la curiosità e la gioia di una mamma alla prima gravidanza, mi sembrava di avere notato, in un’immagine, le due gambette appoggiate sulla pancia... ma vedevo muoversi solo un piedino. Ansia di mamma, mi ero detta. Ma quella immagine ogni tanto tornava a tormentarmi. Fino alla visita successiva quando il medico mi rassicurava». A proposito di quei maledetti ineliminabili sensi di colpa.
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