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Giovani disoccupati «Il Jobs Act non sarà la vera soluzione»

di Evaristo Sparvieri
Giovani disoccupati «Il Jobs Act non sarà la vera soluzione»

Il vicepresidente di Unindustria sull’allarme disoccupazione «Accorciare le distanze tra imprese e mondo della scuola»

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REGGIO EMILIA. «Non so fino a che punto il Jobs Act possa contribuire a risollevare la situazione per questa fascia di età. Abbiamo invece un giudizio molto positivo sull’alternanza scuola-lavoro». Disoccupazione giovanile triplicata in sei anni, arrivata in provincia fino al 17,4% fra i reggiani con età tra i 15 e i 29 anni. Nella stessa fascia d’età, secondo l’Istat il 55% dei ragazzi è inattivo. E in tutta la regione sono 120mila i “neet”, giovani che non studiano e non lavorano. Numeri che lasciano indifferente Claudio Lodi, vicepresidente Unindustria con delega ai Rapporti con la Scuola, da sempre impegnato in progetti per accorciare la distanza tra il mondo delle imprese e quello dei giovanissimi.

Lodi, come mai crede che il Jobs Act non risolverà questo problema?

«Al di là delle tutele crescenti, il Jobs Act pone un discorso di contributi e sgravi a prescindere dalle età dei precari. Un aspetto importante potrebbe essere quello di fare incentivi specifici per questa fascia di età. Anche perché un giovane che entra nel mondo del lavoro lo fa sempre con un curriculum vuoto che va riempito. Abbiamo rilevato anche nelle nostre analisi dati simili a quelli apparsi sulla Gazzetta. Ma bisogna dire che c’è una quota di disoccupazione strutturale, difficile da sconfiggere».

Qual è la maggiore difficoltà per un giovane che deve entrare nel mondo del lavoro?

«C’è una distanza da accorciare. Per questo il nostro giudizio è positivo sull’alternanza scuola-lavoro, da poco istituzionalizzata. Rappresenta un passo in più. Anche a Reggio abbiamo un progetto pilota con Federmeccanica all’Iti Nobili. I giovani devono avere un progetto a lungo termine e capire cosa vogliono diventare».

Come aiutarli?

«Accorciare le distanze vuol dire rendere i ragazzi informati su quello che le industrie del territorio stanno facendo. Abbiamo aziende che producono meccanica e componentistica che sono il fiore all’occhiello della nostra provincia, con un importante mercato internazionale. Bisogna mettere in contatto queste realtà. Ma abbiamo difficoltà a reperire tecnici, perché ci sono più studenti che seguono altre ambizioni».

Dal suo osservatorio, è più preoccupante la disoccupazione o il fenomeno dei neet?

«Sono dati che delimitano condizioni socio-culturali da analizzare. Ma i neet non rientrano nelle statistiche sui disoccupati. È un elemento preoccupante, soprattutto perché spesso legato ad una più ampia valutazione delle condizioni del Paese. E come se un neet pensasse: “Non cerco lavoro, tanto il made in Italy non funziona”».

Una forma di scoraggiamento eccessiva?

«Questo è un aspetto che un po’ mi spaventa, soprattutto perché è difficile intercettare i neet e quindi trovare soluzioni. Ma ci sono anche molti studenti che alla fine della scuola provano a cercare lavoro con canali come il passaparola: rappresentano piccole statistiche che a livello macro si perdono. Di certo accorciare la distanza scuola-lavoro aiuta a creare fiducia, insieme alla realizzazione di proposte di formazione già confezionate per l’orientamento dello studente».

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