Gazzetta di Reggio

Reggio

«Sangue infetto, pochi 100 mila euro»

di Jacopo Della Porta
«Sangue infetto, pochi 100 mila euro»

Un reggiano che si è ammalato di epatite C: «Non voglio soldi ma che sia fatta giustizia e si individuino i responsabili»

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REGGIO EMILIA. «Centomila euro per essere stati contagiati dall’Aids o dall’epatite mi sembrano pochi. Per non parlare poi delle persone che hanno visto morire un loro caro». Così Andrea, un reggiano di 55 anni, che si è ammalato di epatite C dopo una trasfusione, commenta la sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, che ha condannato l'Italia per i ritardi nei risarcimenti, ritenendo però congrua la proposta di 100 mila euro da destinare alle vittime del sangue infetto.

Andrea, ma lei accetterà il risarcimento?

«Devo ancora ricevere la raccomandata del ministero. Ma quello che non mi convince non è tanto l'ammontare del risarcimento, ma il fatto che la transazione chiuderà qualsiasi discorso sulle responsabilità. E' come metterci una pietra sopra e non mi sembra giusto. Vorrei invece che fossero indicate le responsabilità, di enti o persone, in modo che si possa dire che è stata fatta giustizia».

Tanti accetteranno la proposta, dice l'avvocato Paola Soragni che vi assiste…

«Guardi, è una bella somma anche per me. Però io lavoro, non ho debiti e il mutuo l'ho già pagato, dunque farò le mie valutazioni. Poi immagino che tanti sono in condizioni diverse e dunque dovranno accettarla».

Lei come è stato contagiato?

«Nel 1985 sono rimasto vittima di un grave incidente a Reggio e sono stato sottoposto ad alcune trasfusioni. Poi è passato molto tempo prima che scoprissi di aver contratto l’epatite C».

Quando se ne è accorto?
«Sono passati più di dieci anni. Volevo diventare donatore dell’Avis. Mi hanno sottoposto ai controlli di routine e così ho scoperto di essere malato».

Non aveva avuto sintomi prima?

«Questa malattia all’inizio ha sintomi generici, come ad esempio una certa facilità nello stancarsi. Credevo fosse influenza, un raffreddore, non ci facevo caso».

Quando ha iniziato le procedure legali per ottenere giustizia?

«Nei primi anni 2000».

Come si è sentito quando ha scoperto di essere stato contagiato?

«All’inizio è stata dura. Mi sono un po’ chiuso in me stesso. Temevo le conseguenze nei rapporti con le altre persone, temevo di non poter bere dallo stesso bicchiere di un’altra persona o cose simili».

Poi si è abituato?

«Mi sono informato, ho appreso che il contagio avviene solo con scambio di sangue e che dovevo cambiare stile di vita, evitare cibi grassi, alcolici, fritti...».

Come definisce la sua qualità della vita?

«A me alla fine è andata bene. Forse vivrò meno degli altri e forse diventerò cirrotico. Ma penso però che ad altri è andata decisamente peggio, ad esempio a chi è morto di Aids».

E’ cambiato il suo rapporto con la sanità?

«Non ho perso la fiducia. Anche perché fortunatamente dopo l’incidente non ho avuto particolari problemi così come non li hanno avuti i miei cari».

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