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Caso Brescello, Bini boccia il Pd: «Un ritardo imperdonabile»

Enrico L. Tidona
Caso Brescello, Bini boccia il Pd: «Un ritardo imperdonabile»

Il sindaco antimafia aveva chiesto più volte la cacciata di Marcello Coffrini e controlli immediati sulla gestione

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REGGIO EMILIA  Giusto un anno fa - era il 31 gennaio 2015 - aveva dichiarato di provare «imbarazzo» per il solo fatto di trovarsi con gli altri sindaci reggiani nella sala della provincia di Reggio Emilia «con un comune che non ha fatto ancora i conti con le cose che ha detto». Dietro di lui, a pochi passi, si era seduto poco prima il sindaco di Brescello Marcello Coffrini, al quale il primo cittadino di Castelnovo Monti Enrico Bini si riferiva senza indugi.

IL PD LO CACCIA MA IL SINDACO RESTA IN SELLA

Un’invettiva diretta soprattutto ai vertici della sinistra targata Partito Democratico, che non si decideva a far cadere l’amministrazione brescellese per segnare una frattura con un presente indigesto.

Bini, ora il Pd chiede a Coffrini di farsi da parte allo scadere. Meglio tardi che mai?
«No, era meglio prima, mesi e mesi fa. Il Pd doveva intervenire subito. Io fin dall’inizio avevo chiaro che Coffrini doveva fare un passo indietro. Quanto dichiarò ai ragazzi di Cortocircuito è gravissimo anche perché è impensabile che non sapesse chi fosse Grande Aracri. Non è pensabile che un sindaco non conosca il suo territorio e personaggi che vivono lì e sono legati a inchieste o sentenze per ’ndrangheta».

Basta una responsabilità oggettiva quindi?
«Non averlo mandato a casa all’assemblea dei sindaci del settembre del 2014 è stato un grave errore. Io l’ho ribadito anche nel 2015, quando avevo anche Coffrini alle mie spalle».

Qui sotto il video del 2015 in cui Bini chiedeva le dimissioni di Coffrini

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Lei c’era alla riunione nella sede del Pd del 2014. Perché non si è fatta chiarezza allora?
«Non lo so, io non sono un iscritto al partito. Forse non si pensava che nel frattempo sarebbero successe delle cose, come le dichiarazioni di Fava, della Bindi, l’audizione della commissione d'inchiesta. Anche io ammetto che ho dovuto formarmi in questi anni sulla legalità grazie a persone che mi hanno insegnato a vedere certi fenomeni, come l’ex prefetto Antonella De Miro».

Parlare di mafia politicamente non paga. Si perdono voti quando si getta l’onta su un paese. È questo che ha frenato il Pd?
«Certo, anche questo contribuisce. E la mia preoccupazione è legata anche alla mancata consapevolezza di certi fenomeni. Temo ormai che in alcuni paesi sia consolidato il rapporto di vicinanza con queste persone. Il filo rosso collega tutto: vita sociale, parrocchie, la partita di calcio, le vacanze insieme con certi personaggi».

Il problema quindi non è solo il sindaco Coffrini?
«No e non si risolve con eventuali dimissioni di Coffrini e nuove elezioni. È tempo di scendere in profondità. Queste persone legate alla malavita sono inserite nel territorio. A me si è acceso un nuovo campanello d’allarme poco tempo fa quando hanno tolto dalla white list un’azienda che ha una sede a Fora di Cavola, a Toano. Ma non ho visto reazioni da parte dei reggiani. Si va avanti come se niente fosse. Invece bisogna interrompere ogni contratto, isolarli, bloccare i lavori già concessi è così via. I grandi convegni sulle mafie non possono bastare. Dobbiamo andare a vedere nel catasto di Reggio Emilia chi e cosa ha spinto il boom dell’edilizia e indagare sul nostro passato. Fare il possibile per non avere più dubbi sulla nostra storia».

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