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«Mi ha scritto il Papa Ha letto le mie poesie e gli sono piaciute»

di Martina Riccò
«Mi ha scritto il Papa Ha letto le mie poesie e gli sono piaciute»

Cadelbosco Sopra, la gioia del disabile Damiano Cabassi «Quando ho visto la lettera non riuscivo a crederci»

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CADELBOSCO SOPRA. Qualche giorno fa ha trovato nella cassetta una busta gialla, con francobollo delle poste vaticane, e il suo cuore ha iniziato a battere all’impazzata.

Non capita tutti i giorni, d’altronde, di ricevere una lettera dal papa. «Era sera – racconta il 30enne di Zurco Damiano Cabassi – e come sempre sono andato io a controllare la buca delle lettere. Ho preso in mano la busta, c’era scritto “Caro Damiano Cabassi”, ma non ho capito di che cosa si trattasse. Una volta in casa, alla luce, ho visto il francobollo e ho smesso di respirare. L’ho aperta lentamente, con molta cautela, e poi ho letto tutto d’un fiato quello che c’era scritto».

Cioè?

«Monsignor Peter Wells, assessore del Vaticano, mi comunicava che Papa Francesco aveva letto con piacere, e aveva molto gradito, la raccolta di poesie che gli avevo dato».

Quando?

«Durante un’udienza per disabili nel 2014. Il Papa mi era passato vicinissimo ma non ero riuscito a fermarlo, né a chiamarlo. Subito dopo mi era sfilato davanti un membro della Gendarmeria papale, allora mi sono fatto coraggio e ho allungato la mano per dargli il mio libro».

Come si intitola?

«“Sdèsdet”, ossia svegliati, datti una mossa».

Come mai un titolo in dialetto per una raccolta di poesie in italiano?

«Inizialmente avevo pensato di intitolarlo “Risveglio”, ma non ne ero molto convinto. Poi ho pensato all’inglese, “Wake up”, ma ho avuto paura che il messaggio non arrivasse a tutti. Così ho optato per il dialetto reggiano».

Qual è il messaggio che vuole trasmettere?

«Io sono disabile dalla nascita, e sono spastico, ma questo non mi ha mai fermato e non mi ha impedito di comunicare agli altri quello che sento e provo. Ognuno deve comunicare con quello che ha. È complicato, molto, ma nonostante tutte le difficoltà non possiamo chiuderci nel nostro io».

“Sdèsdet” è il primo libro che pubblica?

«Sì, ma dopo la prima edizione del 2013, finanziata dai ragazzi di Q.B., che hanno disegnato anche il gallo in copertina, ho deciso di pubblicare la seconda, questa volta a spese mie. Il mio sogno è quello di trovare un editore».

Come mai ha deciso di ripubblicarlo?

«Perché la scrittura è una delle poche cose che mi tiene attivo».

Vorrebbe scrivere per professione?

«No, questa è la mia passione. Sono laureato in scienze della comunicazione e mi piacerebbe trovare un lavoro e guadagnare qualcosa, come tutti».

Quando ha iniziato a scrivere poesie?

«In seconda media. Avevamo iniziato a studiare i poeti e ricordo di essermi chiesto: perché non scrivo anche io?».

Dove trova l’ispirazione?

«Ho iniziato a camminare senza deambulatore, dopo anni e anni di riabilitazione, quando avevo 8 anni. Da allora la mia più grande paura è tornare sulla carrozzina. Per mantenere il tono muscolare cammino ogni giorno. E tengo sempre un taccuino in tasca, per segnare quello che mi passa per la mente».

La lettera del Papa le ha dato uno stimolo in più per continuare su questa strada?

«Decisamente sì. Soprattutto perché contiene anche parecchie citazioni delle mie poesie, quindi vuol dire che le ha lette davvero».

Ha altri progetti per il futuro?

«Adesso sto scrivendo un racconto per bambini ma, prima o poi, vorrei realizzare anche un racconto comico».

L’importante è non fermarsi mai...

«”Se fermo tu stai / nascerà in te l’ira dello stare fermo, / il prezzo della vita / è sentirsi abbracciati dalla possibilità / di abbracciare nuove terre”».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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