Gazzetta di Reggio

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Un grande happening per “proteggere” il castello di Canossa

di MARIO BERNABEI*
Un grande happening per “proteggere” il castello di Canossa

Il 30 gennaio una “Camminata in bellezza per Matilde” Bernabei: «Dopo tanti errori, si dovrà chiedere... perdono»

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di MARIO BERNABEI*

Decenza e buon senso consentiranno di trovare, si spera in tempi rapidi, soluzioni sia all’ apertura/gestione del castello, sia al parcheggio, ai servizi igienici e di accesso a Canossa. La discussione che si è accesa attorno ai castelli matildici, ci consente però di fissare un punto fermo, incontrovertibile. La Rupe di Canossa e il suo Museo nazionale è un bene conosciuto in tutto il mondo, un “mito” nella storia del medioevo, un punto fermo nella civiltà europea. Assumere questa consapevolezza, e per tanti ancora non lo è, carica noi reggiani di una responsabilità forte, verso chiunque ami la bellezza, la storia, i luoghi. Valorizzare e promuovere un bene riconosciuto patrimonio universale, meta di turisti da tutto il mondo, è cosa difficile, molto impegnativa. Ricordo come, fino a poco tempo fa, ci si è dilungati su quale doveva essere il “brand” delle nostre terre.

Senza scomodare costose agenzie romane o ricerche di marketing, era facile intuire quello che oggi appare lapalissiano. Il brand è “Terre di Canossa”, ed è dato da Matilde, dal castello di Canossa e dalla storia che qui si è svolta. E’ importante prendere atto di ciò: tutti gli altri castelli dell’area, pur importanti, non sono decisivi. Nel brand “Terre di Canossa” occorre stabilire una gerarchia dei luoghi che è data dalla storia, la quale sedimenta nel corso dei secoli, eventi, fatti, miti, che poi hanno assunto valore universale, come il detto “Andare a Canossa”, che in 35 lingue significa chiedere perdono.

Ne consegue che a livello provinciale vada individuata una più vasta area “Terre di Canossa” che comprenda, oltre a Canossa, almeno i castelli di Rossena, Bianello, Rossenella, Montecchio, Sarzano, Carpineti etc... che per altro hanno ricevuto decine di miliardi di vecchie lire di denaro pubblico per la loro opportuna ristrutturazione. A seguito di ciò, il privato ha attivato in quella stessa area una consistente rete di B&B, agriturismi, ristoranti, trattorie tipiche, produzioni agricole, impianti sportivi, parchi tematici, centri turistici, un diffuso escursionismo, percorsi trekking, attivando centinaia di posti di lavoro ed una economia niente affatto trascurabile.

Oggi la combinazione dell’intervento pubblico e privato è tale da far considerare pronta e matura quest’area per l’attività turistica: i famosi pacchetti turistici, che mettono insieme bellezza del territorio, storia, monumenti, eventi, gastronomia e cordialità dell’accoglienza. E qua casca l’asino! Nel senso che non c’é, è mancata la volontà politica, non si è riusciti a fare, la famosa “rete”, per cui ognuno si è lanciato nel più inutile e dispersivo “fai da te” con i modestissimi risultati sotto gli occhi di tutti. E per fortuna che siamo la provincia più cooperativa d’Italia!

Mancando questa rete di “castelli matildici” che doveva essere fatta con un accordo tra diversi enti (Stato, Provincia, Comuni, Curia, privati) manca lo strumento operativo del brand “Terre di Canossa”: non c’è la castelli card, nè biglietto unico, nè orari precisi con servizi di qualità, nè promozione coordinata etc... Non ci si deve meravigliare quindi se a scadenza trimestrale scoppiano vari scandali: l’annuncio della vendita di Rossena, la chiusura/non apertura dei castelli di Sarzano, Carpineti e ultimamente Canossa. In realtà non c’è mai stata una politica di promozione coordinata del turismo nelle “Terre di Canossa” che ora grazie al Parco nazionale dell’Appennino è area Mab Unesco e che potrebbe ancora giovarsi di una vecchia legge regionale (mai abrogata e mai applicata) specifica sulle Terre di Canossa.

Ben venga questa discussione su Canossa, se richiama tutti, e in particolare gli amministratori ad una “sveglia che l’è ora”. Ha senso spendere miliardi per i castelli se poi si impegnano le briciole per la loro fruizione e valorizzazione?

Perché Reggio ha sempre snobbato il museo nazionale di Canossa? Sì certo, alcune cose notevoli sono state fatte, l’intitolazione del casello autostradale Terre di Canossa e la fondovalle dell’Enza, l’abbattimento della porcilaia e finalmente l’ufficio Uit di Canossa con biglietteria e visite guidate. Ma tanto resta da fare, dalla segnaletica (al casello A1 di Reggio c’è l’indicazione lago di Garda e non quella castelli matildici), alla rete delle fognature, al piano di recupero delle case abbandonate, al parcheggio, all’illuminazione. E, problema dei problemi, come contenere i calanchi e le frane.

Tutto non viene per nuocere e quindi va pienamente colta e sostenuta questa discussione con le opportunità che può offrire una vetrina nazionale dei nostri problemi, dove il ministero ai Beni culturali e la Regione Emilia Romagna non possono demandare tutto al pur generoso Comune di Canossa. Lancio perciò dalle colonne di questo giornale, sempre sensibile, questa proposta.

“Una camminata in bellezza per Matilde e Canossa” da tenersi sabato 30 gennaio con happening vari, girotondo di giovani, donne, musica, teatro. In tanti circonderemo la “bianca rupe” per proteggerla, valorizzarla, ma anche per godere della grandiosa scenografia dei calanchi e dell’emozione del colpo d’occhio di tre castelli feudali allineati. E poichè ricordiamo il 939esimo anniversario del perdono di Enrico IV a Canossa, forse qualcuno potrebbe togliersi le scarpe, perché un po’ di penitenza... dopo tanti disastri...

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