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Senzatetto, a Reggio Emilia crescono gli Italiani in difficoltà

Massimo Sesena
Senzatetto, a Reggio Emilia crescono gli Italiani in difficoltà

Il report della Caritas Diocesana sul primo mese del piano di accoglienza, mentre in stazione è calato il numero che passano la notte dormendo  nei sacchi a pelo poggiati sui cartoni nell'atrio

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REGGIO EMILIA. All’hotel Atrio è bassa stagione. Non per i prezzi, ma per il basso numero di “clienti”. Il freddo pungente di queste notti non ha fatto aumentare il numero dei senzatetto che ogni sera, armati di cartoni e sacchi a pelo, trovano un parziale riparo nell’atrio della stazione ferroviaria di piazzale Marconi. Dimostrando che forse erano un po’ troppo catastrofici gli allarmi lanciati dai residenti della zona che avevano, settimane fa stigmatizzato la decisione del Comune di mettere a disposizione per tutta la notte l’atrio della stazione stessa.

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«In queste settimane - spiega l’assessore al welfare del Comune, Matteo Sassi - due persone tra quelle, meno di una decina, che abitualmente scelgono la stazione per passare la notte, hanno accettato di seguire un percorso e ora dormono nelle strutture dal piano di accoglienza messo in piedi in collaborazione con la Caritas e con altre associazioni di volontariato».


Invero, la stazione ferroviaria non è che uno dei punti di osservazione di un fenomeno - quello delle persone che, a Reggio Emilia, “non hanno un posto dove stare” - che seppur non sembra presentare i prodromi di un boom è comunque tale da destare più di una preoccupazione. Primo, perché la crisi di questi anni continua a mietere vittime. Secondo perché la temuta invasione dei profughi non c’è stata (rispetto a quello che si era previsto le persone accolte nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum sono state molte meno di quel che ci si attendeva), ma non per questo sono calate le persone che hanno bisogno d’aiuto.

Semmai non sono quelle che ci aspettiamo. Lo dicono i primi dati della Caritas diocesana sul piano di accoglienza che è scattato - in tutta la provincia - il primo dicembre scorso. Nel primo mese di attività di questo piano, la Caritas diocesana - e le associazioni ad essa collegate in rete - hanno accolto in tutto 112 persone, 84 maschi, 10 donne e 18 minori.

Gli stranieri sono ancora la maggioranza, ma sono gli Italiani che chiedono aiuto in un numero sempre maggiore. Lavoro perso, casa persa per lo sfratto e a problemi s’aggiungono problemi. Ad esempio quelli che la Caritas è oggi chiamata ad affrontare con l’aumento di famiglie intere - che magari proprio in ragione di uno sfratto - ora hanno bisogno di un tetto.

Oltre il 30% delle persone che chiedono aiuto ha tra i 45 e i 54 anni

E così, ad esempio, le persone che erano in quegli appartamenti, hanno trovato alloggio nei locali dell’ex sede dell’Ifoa, in via Guittone d’Arezzo. Per il resto  la situazione è sotto controllo: rispetto ai 134 posti letto che tra pochi giorni diventeranno 140, le richieste sono leggermente al di sotto.

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"Fondamentale - dice ancora Rinaldi - l’aiuto che ci viene dalla rete delle parrocchie che in città come in molti comuni della provincia hanno messo a disposizione, posti letto e appartamenti». Un altro dato importante che smonta altri luoghi comuni è quello degli irregolari: delle 112 persone accolte soltanto 8 di queste non erano in regola con i documenti.

Un dato che nelle proporzioni si sovrappone a quello della Casa albergo del Comune, in via Dell’Abate, dove su 27 persone ospitate (per un totale di 46 notti) solo una non era in regola.

Poi, basta spostarsi qualche centinaio di metri dall'atrio di piazzale Marconi per incontrare un altro "focolaio" di questa emergenza. Sono le Ex Reggiane l’altro punto caldo dell’emergenza dei senzatetto in città. Tra le palazzine nel degrado e i capannoni delle Ex Reggiane, soltanto quando cala la sera, si ritrovano una trentina di persone che potrebbero addirittura dichiarare la loro residenza al civico di via Agosti, dove si erge ancora a stento la palazzina che un tempo era la sede degli uffici della storica fabbrica.

Anche lì arrivano, periodicamente i volontari della Caritas: in particolare sono i ragazzi della parrocchia di Santa Croce e gli operatori dell’Unità di strada della “Papa Giovanni XXIII”. Perché lì il problema dello spaccio resiste al freddo di questi giorni e anche alle ruspe che nelle ultime settimane hanno contribuito a far cambiare aria a chi frequentava quei luoghi anche durante il giorno.

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«In realtà - dice uno dei volontari che periodicamente perlustra quelle zone - ci sono probabilmente persone, tra quelle che dormono alle Reggiane che fanno uso di alcol e sostanze stupefacenti, ma non parlerei di uno spaccio organizzato. I pusher in quella zona hanno ben poco da guadagnare, magari c’è qualcuno che spacciando si paga la dose e poco altro».

Nella relazione sul primo mese di accoglienza, si sottolinea comunque l’importanza di questo presidio che nell’ultimo mese ha dato i suoi frutti se è vero che 4 delle persone accolte provenivano proprio da quel rifugio che è l’area Ex Reggiane.

Così come ai tempi d’oro delle Omi ogni capannone aveva la propria funzione del progetto industriale, oggi ognuno di quei ruderi è suddiviso tra le diverse etnie che vi convivono, quasi ignorandosi a vicenda: in una palazzina si ritrovano i magrebini, in un’altra i ghanesi, in un’altra ancora quelli che provengono da altri paesi dell’Africa sub sahariana.

Un tempo era la palazzina della direzione l’alloggio più ambito. Poi il susseguirsi degli incendi che ciclicamente si sviluppano in questa come in altre strutture dell’area, costringe queste piccole tribù - tutti uomini e tutti adulti - a migrazioni di poche decine di metri.
 

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