Bambini banditi dai ristoranti, Reggio dice no
Il Canossa e il Caffè Arte e Mestieri non hanno dubbi: «Fanno parte della nostra società e sono i benvenuti»
REGGIO EMILIA. No, no e ancora no. I bambini non saranno mai banditi dai ristoranti. Quelli reggiani, almeno.
Il caso del ristoratore di Roma – che ha proibito l’ingresso ai minori di cinque anni con tanto di passeggini e seggioloni al seguito – non ha fatto infuriare soltanto il web, infatti. A Reggio la sua scelta è stata considerata aberrante e persino contro natura.
«Come si può pensare di vietare l’ingresso ai bambini? – si chiede, sgomento, Nicola Calò, contitolare del “Ristorante Canossa” di via Roma –. Adesso che anche i cagnolini possono entrare ovunque, sbarriamo l’ingresso ai bambini? Non ha senso, è una cosa assurda. Se un ristoratore decide di non far entrare nel suo locale i più piccoli significa che non ama questo lavoro», trancia deciso.
«Non è una decisione immorale – si era difeso il ristoratore romano rispondendo alla pioggia di commenti negativi su TripAdvisor – ma una scelta studiata e approvata. A Roma ci sono circa 11.000 ristoranti. Con tanto di vasta scelta, voi che fate? Volete venì tutti da me con bambini e passeggini?».
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«Ma il ristorante è un luogo pubblico – ribatte lo chef pluristellato Gianni D’Amato, titolare del ristorante “Caffè Arti e Mestieri” di via Emilia San Pietro – non è accettabile che i bambini restino fuori. Chi va al ristorante sa di non essere a casa sua e deve essere consapevole che può trovare dei bambini, così come un cane. Certo – ammette – qualcuno a volte può essere infastidito da un bambino che piange e urla, ma fa parte della famiglia, non può essere escluso. Anche perché non tutti i genitori hanno la possibilità di andare al ristorante e lasciare i figli a casa con nonni o baby sitter».
«Specialmente la domenica – fa eco Nicola Calò – noi abbiamo la sala piena di famiglie con bambini, grandi e piccoli, e carrozzine e seggioloni. C’è rumore, ovviamente, ma il clima si riscalda e l’atmosfera diventa più bella: sembra di essere a casa».
Forse dietro al divieto romano ci sono problemi logistici: trovare un posto per far cambiare i bambini, ad esempio, o garantire un menù ad hoc per i più piccoli. «Ma basta solo un po’ di buon senso – obietta D’Amato – . I bambini possono essere cambiati ovunque, basta un angolino in bagno. E poi lo spazio per passeggini e seggioloni si trova sempre, basta volerlo». «Spesso non c’è nemmeno bisogno di un menù apposito – spiega Nicola Calò – perché i genitori si portano da casa la pappa e chiedono semplicemente di scaldarla in microonde. Più facile di così». «Io mai e poi mai esporrò un cartello con il divieto d’ingresso ai più piccoli – assicura D’Amato – i bambini da me sono più che benvenuti, anche perché credo fortemente che vadano educati al buon cibo: sono i clienti di domani».
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In realtà, giustificandosi con chi su TripAdvisor lo aveva tacciato di «razzismo», il ristoratore romano aveva spiegato di essere arrivato al divieto «a causa di spiacevoli episodi dovuti alla mancanza di educazione». Dei genitori, più che dei figli.
Per quanto questo divieto possa dare fastidio e urtare la sensibilità dei più, infatti, non si può negare che, a volte, una maggiore attenzione da parte dei genitori sarebbe cosa buona e giusta. Soprattutto quando il bambino urlante viene ignorato – cioè non sgridato e, men che meno, fermato – per la propria sopravvivenza, senza pensare a quella di chi siede al tavolo di fianco.
«È normale che i bambini siano rumorosi – afferma lo chef Gianni D’Amato – ma fanno parte della società, non si possono escludere. E poi, al di là dell’età, a volte accettiamo persone ben più fastidiose».
In effetti, senza scadere nel mero distinguo anagrafico, bisognerebbe riportare i riflettori sull’educazione (questa sconosciuta). A quel punto non ci sarebbe più bisogno di cartelli che vietano l’ingresso dei cani, men che meno dei bambini.
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