Ndrangheta a Reggio Emilia: caso Sergio, il Comune trema
La bufera politica sul sindaco Vecchi e i sospetti sulla compravendita effettuata dalla moglie
REGGIO EMILIA. Il Comune trema. E la bufera invste il sindaco, Luca Vecchi, sua moglie, Maria Sergio, e la loro casa di Masone, acquistata da un personaggio arrestato nell’inchiesta Aemilia. Una palazzina bifamiliare, comprata al grezzo, nella quale il primo cittadino vive con la famiglia, è al centro di una compravendita stipulata con atto notarile del 17 maggio 2012 proprio dalla moglie di Vecchi, ex dirigente del servizio pianificazione del Comune dal 2004 al settembre 2014, attualmente dirigente del settore pianificazione territoriale del Comune di Modena.
IL ROGITO. A firmare l’atto di vendita, davanti al notaio Cecilia Casasole, Maria Sergio e la M&F General Service srl, di cui al momento dell’acquisto era amministratore il 44enne crotonese, Francesco Macrì, che all’alba del 28 gennaio 2015 finirà nel blitz dell’operazione Aemilia, imputato per impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita e di intestazione fittizia, aggravati dall’aver agito per agevolare la ‘ndrangheta.
GLI AFFARI DEL CLAN. Secondo la Dda di Bologna, Macrì è uno degli uomini vicini al boss Nicolino Grande Aracri e a Michele Bolognino, prestanome dei fratelli Vertinelli e gestore del ristorante “Il cenacolo del pescatore” di Montecchio, locale considerato una delle centrali del riciclaggio della cosca. I reati contestatigli sono commessi dal 22 giugno 2012, poche settimane dopo la stipula dell’atto di compravendita, venuti tuttavia alla luce soltanto nel 2015, quando il blitz della Dda portò a 117 richieste di custodia cautelare, comprese le accuse a carico di Macrì.
BUFERA IN COMUNE. Nel 2012 Vecchi era capogruppo Pd. E l’atto di compravendita non ha nulla a che vedere con le carte di Aemilia, in cui né Vecchi, né sua moglie risultano indagati. Ma la notizia della compravendita ha scosso dalle fondamenta la politica reggiana, con una pioggia di richieste di dimissioni indirizzate allo stesso Vecchi e a sua moglie Maria Sergio, già finita in passato nell’occhio del ciclone per il suo trasferimento al Comune di Modena, per le polemiche su un concorso Ausl nel quale si vociferava una sua partecipazione (poi non avvenuta) e, prima ancora, per la lettera del “corvo” che sconvolse la vigilia delle amministrative 2014: una lettera anonima, nella quale si ipotizzavano rapporti di parentela e vicinato della moglie di Vecchi con personaggi al centro di inchieste dell’antimafia. Un documento su cui a sua volta è stata aperta un’inchiesta dopo una denuncia presentata da Vecchi, allora candidato sindaco.
LA LINEA DI DIFESA. È stato lo stesso prima cittadino ieri a difendersi da ogni attacco, spiegando di non poter sapere, all’epoca della compravendita, «che tre anni dopo l’amministratore della M&F General Service, persona che non conoscevamo, che non frequentavamo, né abbiamo successivamente frequentato, sarebbe stato indagato nell’inchiesta Aemilia: siamo una famiglia come altre, non siamo investigatori e non potevamo prevedere, nel 2012, quanto sarebbe successivamente accaduto, nel 2015». Una linea condivisa anche dalla moglie.
«A chi strumentalmente prova per l’ennesima volta a tirare in ballo le azioni della mia famiglia – aggiunge Vecchi – per gettare ombre sul mio impegno amministrativo e politico ribadisco quanto già affermato in passato: il nostro operato è trasparente». Un impegno antimafia che, per il primo cittadino, si è manifestato attraverso gli atti della sua amministrazione, fra i quali ricorda la costituzione di parte civile del Comune proprio nel processo Aemilia (con una richiesta di risarcimenti per 5 milioni), il protocollo antimafia siglato in Prefettura, il sostegno all’associazionismo e le battaglie contro le sale slot.
M5S ALL’ATTACCO. Argomenti che non hanno affatto evitato la bufera, con una pioggia di richieste di dimissioni arrivate su tutti i fronti. Soprattutto dal M5S, che dopo l’hashtag #coffrinidimettiti lancia in rete la nuova campagna #vecchidimettiti, chiedendo compatto la riabilitazione dell’ex assessore alla Sicurezza, Franco Corradini, autore di un esposto sulle primarie che portarono all’elezione di Vecchi, chiamando in causa le presunte pressioni subite dalla comunità albanese per influenzare il voto messe in atto dal poliziotto Domenico Mesiano, il cui nome compare fra le carte di Aemilia.
DELRIO NEL MIRINO. Dalla parlamentare M5S Maria Edera Spadoni, fino al consigliere comunale Norberto Vaccari, al consigliere regionale, Gianluca Sassi, e ai componenti 5 Stelle della commissione Antimafia, Luigi Gaetti e Giulia Sarti. L’obiettivo dichiarato del M5S è anche il ministro Graziano Delrio, all’epoca della compravendita ancora sindaco di Reggio, chiamato in causa anche per la sua discussa trasferta elettorale a Cutro nel 2009.
Un viaggio su cui Delrio è stato successivamente sentito dai pm antimafia, davanti ai quali comparì anche Maria Sergio come persone informate sui fatti: «Perché Maria Sergio e Vecchi, al momento degli arresti non hanno autodenunciato pubblicamente di aver acquistato casa da uno degli arrestati in Aemilia?». E ancora: «Come spiega Delrio l’ennesima leggerezza di uno dei suoi fedelissimi che ha avuto tra le mani il delicato settore urbanistico per 10 anni?».
Dal M5S chiedono ispezioni e accessi agli atti, spingendo per nuove audizioni da parte della commissione parlamentare antimafia. Attaccando anche l’ex sindaco vicario, Ugo Ferrari. Dalla Lega, il segretario Gianluca Vinci e l’esponente brescellese Catia Silva, definiscono la vicenda «un’altra pagina scandalosa, dopo il caso Coffrini». Ad alzare la voce persino il capogruppo di Forza Italia, Giuseppe Pagliani, finito a sua volta nell’inchiesta Aemilia, che considera la vicenda Vecchi-Sergio «molto grave».
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