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«Serve una rete regionale dei castelli»

di Mauro Grasselli
«Serve una rete regionale dei castelli»

Archeosistemi chiede «un coordinamento e percorsi vendibili. Ma gestione e valorizzazione non possono essere disgiunte»

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CANOSSA. Archeosistemi, la cooperativa che ha gestito il castello di Canossa fino al 31 dicembre (data della scadenza del contratto con la Provincia) e che continua a gestirlo fino al 29 febbraio, grazie alla proroga ottenuta, auspica l’uscita di un nuovo bando per poter continuare l’attività. Il problema è che la situazione è molto fluida: a fine 2015 la Provincia ha perso la competenza sul castello, che appartiene allo Stato e che ora passa sotto la gestione del Polo museale dell’Emilia Romagna, a sua volta dipende dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

In questa fase di passaggio, le incognite sono tante. Di fatto, dal primo marzo al castello di Matilde resterà solo il custode, dipendente del ministero, che ovviamente potrà gestire il luogo storico in modo “basico”, senza iniziative collaterali. Se non è chiusura, è comunque una bandiera bianca di fronte ai temi del turismo e della valorizzazione del territorio, sbandierato per decenni, talvolta con grossi investimenti economici. In attesa di capire quale sarà il futuro del castello di Canossa, il caso è arrivato ai media nazionali, e il ministro Dario Franceschini è intervenuto mandando i tecnici per un sopralluogo.

«Noi siamo entrati a Canossa nel 2009 – spiega Nicoletta Lusuardi, responsabile del settore servizi di Archeosistemi – e abbiamo vinto due bandi consecutivi. Prima c’erano 2 custodi statali. L’ingresso al castello e al museo era gratuito. A metà 2012 abbiamo introdotto il biglietto: 3 euro; 1,5 quello ridotto, più diverse categorie d’ingresso omaggio».

Qual è la media annua di visitatori, in questi anni?

«Ventimila, dal 2009 ad oggi. La prima domenica del mese l’ingresso è gratuito, come in tutti i musei d’Italia. Nell’ultimo anno scolastico abbiamo avuto una sessantina di scuole, tra visite e laboratori. Con una spinta superiore, potremmo aumentare i numeri».

Quanti sono gli stranieri?

«Circa la metà. Moltissimi tedeschi (vengono anche in inverno) e negli ultimi anni anche giapponesi e australiani».

I biglietti d’ingresso coprono i costi di gestione?

Ivan Chiesi, direttore di Archeosistemi: «No, i ventimila visitatori annui non garantiscono il pareggio economico. Ne servirebbero almeno 3 volte tanto, visto che a Canossa abbiamo 2 dipendenti e una persona part-time. D’altra parte, la nostra convenzione non prevede di fare attività remunerativa. Però il castello ha tuttele potenzialità per poter raddoppiare i numeri di visitatori entro qualche anno».

Come fate a pareggiare i costi e a pagare i dipendenti?

«Con il contributo della Provincia, che incamera gli introiti dei biglietti e ci dà una cifra fissa annua tramite la modalità del cottimo fiduciario».

Ottenuta la proroga al 29 febbraio, resta l’incognita su ciò che accadrà dal primo marzo. Avete avuto segnali?

Chiesi: «Quelli letti sui giornali. D’altra parte, non è la prima volta che Canossa è “in sofferenza”. Prima di noi c’erano due custodi, di cui uno doveva andare in pensione».

Il vostro auspicio?

Chiesi: «Che la situazione si sblocchi e che ci sia una riflessione profonda da parte dei proprietari, perché la gestione e la valorizzazione non possono essere disgiunte: devono andare di pari passo. Invece, spesso si cerca una semplice gestione e finisce lì». «Ci piace non solo la gestione – aggiunge Lusuardi – ma anche fare percorsi didattici, rassegne, iniziative. Insomma, ci piace spendere dell’intelletto. Ma spesso gli appalti riguardano periodi brevi: si lancia un progetto e cominci a vedere i risultati a fine appalto. Servono periodi medio-lunghi davanti».

In attesa di novità, le incognite sono tante.

Chiesi: «Sì, anche perché le Province sono in fase di trasformazione e perché c’è di mezzo anche la riforma del Ministero dei beni culturali, con l’accorpamento delle Soprintendenze. Anche loro devono capire come e cosa fare. Si lascia il vecchio e si cerca di capire come sarà il nuovo. In questo senso, la fine della nostra gestione di Canossa arriva in un momento complicato».

Perché all’estero sono più bravi a gestire i beni storici, che di certo non sono più importanti dei nostri?

«Abbiamo una tradizione diversa. Non è vero che il privato ci guadagna e il pubblico no. I costi sono pressoché uguali, anche se il privato può essere più flessibile. Questa mentalità ha fatto molto male. Il privato non si fa le budella d’oro gestendo questi beni. Poi ci sono due teorie: una molto vincolistica secondo cui, ad esempio, in un castello non si può fare niente; un’altra teoria porta agli happy hour nei castelli».

La via giusta?

«Quella mediana. In Francia ci sono molti meno vincoli e sono facilitati, ma a volte arrivano a certi livelli... Se Canossa fosse in Francia, l’avrebbero ricostruito e coperto».

I turisti stranieri, si diceva prima. Ma poi mancano le strutture ricettive.

«Sì, infatti i turisti vengono, restano due ore e poi cambiano direttamente provincia».

Manca, da decenni, un modo per mettere per davvero in rete Canossa con gli altri castelli matildici, e non solo.

Lusuardi: «Non ci sono strutture ricettive. Eppure le potenzialità della nostra provincia, dalla Pietra di Bismantova alla Bassa, sono enormi. Si tratta di riuscire a lavorare in rete con un coordinamento a monte, a livello regionale, in modo da costruire percorsi vendibili».

Chiesi: «Secondo noi si deve ragionare sull’Emilia, perché la Romagna ha altre esigenze».

Che farà Archeosistemi da qui al 29 febbraio?

Chiesi: «Vediamo. Se esce un bando, parteciperemo sicuramente». Lusuardi: «Lo faremo anche per le persone che lavorano con noi, che sono del territorio di Canossa».

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