«I nazisti? Non provo odio ma non li perdonerò mai»
L’ebrea praghese Helga Weissova parla a una platea di 500 studenti e racconta i suoi anni di prigioniera nei lager, internata insieme alla famiglia
REGGIO EMILIA. «Odiare qualcuno? No. Perdonare mai, quello non potrei mai farlo, ma nemmeno provo odio, e poi per chi? Le generazioni successive di tedeschi non hanno certo colpa di quello che è successo allora». Quando pensa alla seconda guerra mondiale e al nazismo, l’ebrea praghese Helga Weissova pensa alla sua vita, alla gioventù passata fra Terezin, Auschwtiz e Mauthausen, a una famiglia unita nel 1939 e senza pezzi fondamentali nel ’45. Ad anni raccolti in un diario di disegni e parole, figli di un talento già chiaro sin da bambina e della raccomandazione del papà: «Disegna ciò che vedi».
Ieri mattina al teatro Ariosto l’86enne Weissova ha raccontato la “sua” seconda guerra mondiale a oltre cinquecento studenti delle scuole superiori reggiane, e oggi replicherà davanti ad altri cinquecento. Rragazze e ragazzi che da metà febbraio visiteranno Praga e il campo di Terezin durante il Viaggio della Memoria 2016 di Istoreco. L’incontro con la sopravvisuta Helga è una delle principali tappe preparatorie.
Utile a dipingere uno scenario oggi lontanissimo. «I miei primi anni sono stati sereni, e come gran parte degli ebrei dell’allora Cecoslovacchia eravamo molto integrati nella comunità, la nostra origine non ci creava problemi né noi ci sentivamo “diversi”», ha ricordato. Al suo fianco sedeva anche il presidente della Provincia Giammaria Manghi.
Poi, l’invasione del Reich millenario, le persecuzioni e la deportazione al ghetto di Terezin, appena fuori Praga. «Io ero brava a disegnare, il mio papà mi ha detto che avrei dovuto segnare e descrivere tutto quello che ci stava succedendo, l’ho fatto finché ho potuto, in ogni modo, anche quando ci hanno trasferiti ad Auschwitz». Nel 1944 inizia la diaspora della famiglia, Helga e sua madre perdono ogni traccia del padre, di cui non conosceranno mai il destino. E prende il via un’odissea, reale, fra nomi oggi simbolo di incubo e di storia, come Auschwitz-Birkenau e Mauthausen. «L’unico vero legame che mi ha tenuto in vita è stata mia mamma. Diverse volte ad Auschwitz ho pensato: “Spero di morire prima di lei”. Non vorrei mai restare da sola in questo posto», ha spiegato.
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