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Una nuova Via Emilia esiste già ed è l'Area vasta

Mauro Severi
Una nuova Via Emilia esiste già ed è l'Area vasta

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FIRENZE-REGGIO EMILIA. Il nuovo modello di governance delineato dalla Regione Emilia-Romagna – ascrivibile nel perimetro di riforma istituzionale definito dalla Legge Delrio – crea importanti spazi di innovazione nel rapporto fra comunità locali, sistemi territoriali e istituzioni.

Pur prendendo le mosse da un’ineludibile necessità di razionalizzazione della spesa pubblica, questi due interventi costituiscono una grande occasione di riprogettazione territoriale e rilancio competitivo.

Un dato di grande rilevanza, tanto più che lo sviluppo e la coesione sociale sono sempre meno dipendenti dall’agire di ciascun singolo attore e sempre più condizionati e trainati da iniziative di natura sistemica.
Tutto ciò configura una vera e propria sfida per un paese, come il nostro, che per decenni ha fatto della dimensione molecolare e del policentrismo la propria cifra distintiva.

Gli esiti dello sviluppo degli ultimi cinquant’anni, gli effetti della crisi e il riordino amministrativo, aiutano a comprendere che nessuna realtà territoriale è data a priori o per sempre, mentre, al contrario, possono via via manifestarsi nuove e sorprendenti soggettività.

È all’interno di questi lenti ma inesorabili processi evolutivi dei sistemi locali che si inserisce il tema di cui oggi ci occupiamo.

Riprogettare le logiche del governo territoriale e la loro forma istituzionale richiede, oggi più che mai, non solo leggi e prescrizioni, ma anche e soprattutto, vere proprie “innovazioni di sistema”.

Penso a soluzioni che coinvolgono gli Enti locali, la Pubblica Amministrazione, le imprese, i servizi, le professioni, i sindacati, le scuole, le università, le banche, i lavoratori e i cittadini presenti in ciascun territorio.
Proprio l’idea di “innovazione di sistema” rappresenta la chiave di lettura di questa testimonianza, dedicata a quelle realtà territoriali che con le aree metropolitane intrattengono relazioni di volta in volta interattive, collaborative o competitive.

Per delineare il profilo di queste realtà userò l’esempio del territorio centro-padano evidenziandone innanzi tutto i confini.

A Nord troviamo la cosiddetta fascia pedemontana che dal Triveneto raggiunge la Lombardia. A occidente c’è l’area metropolitana milanese con i suoi formidabili addensamenti sociali, produttivi, finanziari, amministrativi e culturali, che – ancor più dopo l’EXPÒ – la proiettano a pieno titolo nella dimensione europea e globale. Ad Est, infine, c’è l’area metropolitana di Bologna che, nonostante la scala diversa, esprime significativi elementi di rilievo nazionale.

Ebbene, proprio l’esistenza di questi due campioni territoriali – uniti tra loro dall’antica via Emilia – pone in evidenza quella realtà che abbiamo definito “terra di mezzo”.

Un’area vasta che gli industriali reggiani per primi hanno indicato come “soggettività mediopadana”.
Una realtà che, al contrario di Milano e Bologna, non è esplicita, non esiste nell’immaginario collettivo, non ha ancora un nome, eppure c’è, produce ricchezza, innovazione, lavoro, cultura, coesione sociale e qualità della vita.

Ci troviamo di fronte ad un territorio che ha sviluppato un modello di crescita e di competitività diverso da quello del cosiddetto “triangolo industriale” un tempo caposaldo della manifattura italiana.

Quello a cui faccio riferimento è un territorio popolato da imprenditorialità diffusa, da piccole e medie imprese, da multinazionali tascabili e da molti distretti.A differenza di quanto accade altrove, in quest’area mediopadana non esiste alcun centro di dimensione metropolitana.

Il suo sistema produttivo, infatti, si addensa in una miriade di piccoli centri o rimane del tutto disperso in quella che una volta era campagna e che oggi dovrebbe essere chiamata in altro modo, essendo ormai una sorta di “campagna urbanizzata”.

Mi riferisco a una “quasi-città”, priva di centro e di fisionomia urbana, ma piena di insediamenti, abitativi, industriali e terziari, allineati in moduli elementari che, ripetendosi all'infinito, occupano quasi tutto lo spazio.
In questo mondo non si vive in campagna e non si vive in città, ma nello spazio dilatato di una "città infinita".
Una realtà dove ciò che ci serve non è mai qui e mai altrove, ma sempre un po' più in là, lungo la trama di rapporti che si allungano, "spalmando" le attività su un territorio senza centro e senza confini.
La sua fitta trama di piccole imprese è soprattutto un tessuto manifatturiero, mentre sono carenti i cosiddetti servizi terziari avanzati, caratteristici proprio delle aree metropolitane.

Questo universo composto da sei province minori – che spesso rappresenta lo sfondo dei nostri viaggi di trasferimento – produce, a conti fatti, un volume di export che supera i 39 miliardi di euro.

Un dato straordinario, pari al triplo delle esportazioni realizzate dall’area metropolitana bolognese e superiore di quasi due miliardi al valore delle esportazioni dell’area metropolitana milanese.

Di fronte a dati come questi ci si accorge quanto sia  ormai indispensabile dare identità e organizzazione a questa “terra di mezzo” che si va delineando non come un “vuoto” tra due “pieni”, bensì come un “pieno” diversamente organizzato.

In altri termini siamo già di fronte a una nuova realtà. A questo proposito vale la pena richiamare il caso del “Nordest” che solo venticinque anni fa non esisteva come entità socioeconomica riconosciuta e che oggi – nonostante gli anni di crisi – rappresenta una realtà percepita non solo dall’immaginario collettivo, ma anche come una locomotiva economica.

La consapevolezza della “grande trasformazione” che in questi decenni si è realizzata lungo la via Emilia ci ha spinti a cercare di comprendere e interpretare questa nuova “soggettività mediopadana”.

Un territorio “aperto” anche in termini di rapporti istituzionali in quanto non identificabile solo con l’Emilia. Mi riferisco a un’area vasta le cui potenzialità sociali, economiche, culturali e innovative potrebbero, se perseguite e coordinate, risultare largamente superiori a quelle espresse dalle singole entità locali che la compongono.
Siamo dunque di fronte a una duplice sfida: la scoperta e il cambiamento.

Questo territorio, infatti, è una realtà in transizione perché, dopo decenni di crescita, deve ridefinire la propria funzione e identità in rapporto a un mondo che sta cambiando in maniera rapida e radicale. Stiamo vivendo una trasformazione dei ruoli e delle competenze nell’economia mondiale di proporzioni mai conosciute in precedenza.

Un fenomeno nuovo, di cui non sappiamo gli esiti futuri, che sta sconvolgendo l’organizzazione interna di ciascuna realtà locale. La sfida della soggettività mediopadana sta proprio nel costruire un nuovo tipo di addensamento, territoriale e policentrico, connesso non solo al proprio interno, ma anche alle realtà metropolitane vicine e al mondo.

Nei mesi scorsi, muovendo da questa consapevolezza, Confindustria Piacenza, Unindustria Reggio Emilia e l’Unione Parmense degli Industriali si sono fatte promotrici di una proposta generale di ridisegno del sistema istituzionale territoriale in cui operano.

Mi riferisco alla costituzione di un’Area Vasta Emilia che associ – nell’esercizio delle funzioni previste nel nuovo modello regionale di govenance – le Province di Modena, Reggio-Emilia, Parma e Piacenza.

Nei tre grandi capitoli che costituiscono lo spazio di potenziale operatività delle aree vaste –  vale a dire la pianificazione territoriale, infrastrutturale e ambientale – l’Area Vasta Emilia potrebbe giocare il duplice ruolo di terminale esecutivo delle politiche regionali ed europee da un lato, e di soggetto promotore e facilitatore di iniziative coerenti con le esigenze del  territorio.

Un ambito, quest’ultimo, che esprime requisiti di omogeneità e adeguatezza – in termini demografici, sociali ed economici – tali da renderlo “eleggibile” per la realizzazione di un ambizioso progetto d’area vasta, modello anche per altre realtà.

Oltre a minimizzare i rischi di riprodurre le logiche conservative delle vecchie Province, l’Area Vasta Emilia potrebbe garantire non solo rilevanti economie di scala e di specializzazione, nella fornitura di servizi pubblici, ma anche un’autonoma capacità di relazione con i livelli istituzionali paritetici – come le Città Metropolitane di Bologna e Milano – o sovra-ordinati, come la Regione, il Governo e l’Unione Europea.

L’Area Vasta Emilia potrebbe affrontare queste sfide attraverso un modello organizzativo a rete basato sulla collaborazione tra centri decisionali autonomi che – per raggiungere specifici obiettivi – scelgono di utilizzare congiuntamente le proprie risorse, conoscenze e competenze.

Tale modello – che fa leva sulla specializzazione reciproca, sulla condivisione, sulla co-innovazione e sull’espansione dei bacini d’uso – rappresenta la soluzione più idonea alla gestione della complessità cui sono chiamati tutti gli attori dello sviluppo locale.

Il modello a rete – come noto – non prevede un unico centro di comando, consente l’autonomia delle unità costituenti e permette di organizzare e trarre vantaggio da un’affidabile divisione del lavoro – cognitivo e operativo – tra le varie unità, valorizzando diversità e specializzazioni.

Perché la cosa funzioni, c’è un’unica condizione: che i partner della rete accettino di divenire interdipendenti, dandosi strutture di governance della rete che rendano possibili progetti condivisi, distribuendo costi e investimenti tra partner che assumono rischi comuni.

Questa rete di Enti locali dovrebbe, inoltre, essere in grado di cercare, al proprio esterno e in maniera unitaria, tutte le prestazioni e competenze eccellenti che non possiede ma di cui ha necessità. Ciò significa formalizzare un sistema di relazioni a rete trans-territoriale dedicata a specifici progetti e orientata, in particolare, verso le Aree metropolitane di Milano e Bologna,

Infine, credo che un’eventuale governance d’area vasta dovrebbe considerare anche lo sviluppo di una piattaforma digitale condivisa, per supportare la “comunicazione” interna ed esterna. Quest’ultima soluzione metterebbe a disposizione dei diversi centri urbani un’infrastruttura di rete capace di favorire – ogni volta che serve – la modularizzazione delle competenze e dei servizi e la loro disponibilità nei back e front offices dell’intero sistema.
L’idea di costruire l’Area Vasta Emilia come cuore di una nuova soggettività mediopadana rappresenta non solo una visione, ma un possibile banco di prova per risolvere nuovi problemi attraverso nuove soluzioni.
In tale prospettiva i sistemi locali di Piacenza, Parma, Modena e Reggio Emilia devono apprendere a connettersi per definire in maniera condivisa gli obiettivi, gli strumenti per raggiungerli e le conseguenti azioni di lobbying.
Tutto ciò mantenendo integre le proprie identità e le rispettive autonomie.

Il fatto che questa visione innovativa sia proposta dagli imprenditori e dalle loro associazioni è la conferma di quanto, in una realtà territoriale di piccole e medie imprese organizzate in distretti e filiere, l’intreccio tra produzione, innovazione, società e Enti locali sia ormai una necessità.

In altri termini è finita l’epoca nella quale chi produceva pensava solo a produrre e chi amministrava pensava solo ad amministrare, determinando, in tal modo, logiche parallele condannate a non incontrarsi.

Guardare con nuovi occhi la soggettività mediopadana significa far si che ciascun attore, amministrativo, economico e sociale, inizi a considerare i propri vicini non come competitori, ma come parte di se, del proprio futuro e del proprio destino.

* intervento del presidente di Unindustria Reggio Emilia al Forum Start City di Anci a Firenze

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