Adolf Eichmann e quell’anno vissuto a Villa Minozzo dopo la guerra
L’esponente del Terzo Reich dopo la fine della guerra abitò sull’Appennino reggiano sotto falso nome e giocava a scopone con gli abitanti
VILLA MINOZZO. Sono ancora in corso in tutta Europa le celebrazioni per la Giornata internazionale della Memoria, e in Italia uno degli eventi culturali di questi giorni è l’approdo nelle sale cinematografiche – per una serie di poche ma importanti proiezioni – del film “The Eichmann show”, incentrato sulle riprese (all’epoca fu trasmesso in mondovisione) del processo ad Adolf Eichmann, celebrato in Israele nell’aprile del 1961, dopo la rocambolesca cattura del gerarca nazista avvenuta in Argentina.
La figura di Eichmann dunque è tornata ad essere al centro dell’attenzione, anche con reportage e servizi televisivi in questi giorni: oscuro burocrate, “il contabile dell’Olocausto” che ha ispirato il saggio di Hannah Arendt “La banalità del male”, ma per altri un protagonista meno dimesso di quanto apparisse nella “soluzione finale”, in cui è accertato che ebbe comunque il ruolo cardine di organizzatore dei convogli che deportarono gli ebrei da tutta l’Europa occupata ai campi di sterminio.
Una delle pagine ancora da chiarire, però, della vicenda di Adolf Eichmann è quella legata all’Appennino reggiano.
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Immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, infatti, Eichmann – è un fatto accertato – soggiornò per quasi un anno nel territorio di Villa Minozzo.
E’ molto difficile ricostruire come questo esponente di alto livello del Terzo Reich finì sull’Appennino reggiano, attraverso quali canali e quali conoscenze, ma del resto solo molto più tardi ci si cominciò a interrogare su quella presenza subito dopo la fine della guerra.
Fu infatti solo con le citate trasmissioni televisive del processo in Israele che molti villaminozzesi riconobbero quello straniero che soggiornò in paese, scoprendo con incredulità chi fosse e di quali crimini terribili era corresponsabile.
Eichmann comparve a Villa Minozzo, del resto, senza alcun clamore: va detto che in quel periodo l’Italia, ma non solo, era ancora piena di sbandati, ex soldati, stranieri e reduci che si muovevano nelle zone dove era stato il fronte, e ovviamente l’Appennino reggiano era stato per mesi zona di scontri tra nazifascisti e partigiani lungo la Linea Gotica.
Possibile pensare che proprio qualche ufficiale tedesco avesse indicato a commilitoni e superiori come questa zona potesse costituire, dopo la fine della guerra stessa, anche un rifugio dove difficilmente si sarebbe stati individuati, ma non è facile sapere chi furono i contatti di Eichmann per il suo approdo a Villa Minozzo.
Era comunque una zona che comportava anche dei rischi: il territorio dell’Appennino reggiano, e quello di Villa Minozzo in particolare, era stato oggetto di rastrellamenti, deportazioni e vere e proprie stragi, come quella avvenuta a Cervarolo nel marzo del 1944, ad opera dei nazifascisti, e la resa dei conti su quegli episodi non era ancora conclusa.
E’ comunque certo che in quegli anni era in funzione in Europa una rete di ex soldati ed ufficiali nazisti, poi chiamata Odessa (anche se questo nome è legato soprattutto alle indagini di Simon Wiesenthal, e in particolare al romanzo di Frederick Forsyth) che si occupava di individuare rifugi sicuri e di organizzare la fuga in Sudamerica dei criminali di guerra, ed è possibile che Eichmann ne facesse in qualche modo parte, dal momento che poi venne anche catturato proprio in Argentina.
La convivenza dell’ex SS in paese con gli altri abitanti è stata poi oggetto anche di reportage e interviste, come quelle realizzate nel 1996 dal giornalista della Rai Amedeo Ricucci, in cui alcuni anziani ricordavano addirittura di aver giocato qualche volta a scopone con quell’uomo che sapevano straniero, e ricordano come poco ciarliero e dai modi signorili.
In quei mesi, insomma, Adolf Eichmann visse molto sommessamente, salutando i passanti ma parlando pochissimo.
Fin quando ebbe un incidente: in un bosco vicino al paese subì un violento calcio da parte di un mulo.
Nonostante le insistenze di chi lo soccorse, rifiutò sia un ricovero, sia una visita di un dottore. Probabilmente temeva che venisse scoperta la sua identità, tanto che il giorno dopo scomparve nel nulla, senza clamore, così come era arrivato.
E’ possibile che trascorse altri anni nascosto addirittura in Germania, ma in seguito si sa che nel giugno 1948 venne munito dal vicario di Bressanone, Alois Pompanin, di documenti di identità falsi – a nome Riccardo Klement – rilasciati dal Comune di Termeno (lo stesso che assegnò un documento per l’espatrio anche ad un altro terribile criminale nazista, Josef Mengele, l’“angelo della morte”, che a differenza di Eichmann non venne mai catturato) e riuscì a lasciare l’Europa, salpando da Genova nel 1950 e rifugiandosi in Argentina, dove visse una seconda vita per più di dieci anni, fin quando fu individuato dal Mossad. Dopo il processo Eichmann, condannato a morte, venne impiccato a Ramla il 31 maggio 1962.
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