Ndrangheta, la lettera: "Il clan finge di difendere gli interessi dei cutresi"
Intervista ad Enzo Ciconte: «Il vittimismo di Brescia è un teorema falso, le interdittive del prefetto hanno riguardato anche ditte emiliane»
REGGIO EMILIA. «La lettera? Mi ha fatto una brutta impressione. E’ la lettera di un uomo in grande difficoltà, persino disperata, che porta avanti un’idea che non condivido affatto e che è la stessa che uomini della ’ndrangheta hanno portato avanti con un’offensiva mediatica da un po’ di tempo a Reggio Emilia».
Enzo Ciconte, storico della criminalità organizzata, esperto in particolare delle dinamiche emiliane, coglie un elemento di sostanziale continuità nella missiva dell’imprenditore Pasquale Brescia.
Quale filo conduttore individua con altre vicende?
«C’è un’idea di fondo che è stata ribadita anche da uomini del clan. L’assunto è il seguente: le cooperative e la politica hanno utilizzato le ditte cutresi fino a quando c’erano le vacche grasse. Adesso che le vacche grasse non ci sono più hanno attaccato tutte le ditte mafiose, dicendo che sono mafiose».
Un pensiero espresso non solo da uomini delle cosche...
«E’ un teorema falso perché le interdittive del prefetto non hanno riguardato solo i cutresi ma anche ditte emiliane. Dunque è un vittimismo che non corrisponde alla realtà».
E’ un modo per fare appello alla comune identità?
«La cosa grave, e non mi riferisco a Brescia che fino a prova contraria è innocente, è che gli uomini delle cosche si presentano come i difensori dei cutresi e della Calabria. Loro non hanno mai rappresentanto la mia regione né tanto meno le singole città dalle quali provengono».
Perché simili proclami vengono fatti?
«E’ una chiamata alle armi. Vogliono dire ai cutresi: vi stanno attaccando, stanno dicendo che siete tutti mafiosi., Facciamo quadrato. Difendiamoci. State con noi».
Le parole di Brescia si inseriscono in questo contesto?
«Come detto toccherà ai giudici esprimersi, ma le sue parole fanno parte di un filone culturale che vediamo all’opera da un po’ di tempo».
Il sindaco Vecchi si è sentito minacciato da quelle parole. Ha fatto bene?
«Veda lei. Uno che ti dice “sei stato fortunato”, e poi aggiunge quei passaggi sulla moglie...».
Anche la stampa finisce puntualmente nel mirino...
«Certo sono in molti che vorrebbero mettere la mordacchia ai giornalisti e vorrebbero che sostenessero la tesi che i cutresi sono stati criminalizzati. I cutresi sono in maggioranza onesti lavoratori e le uniche vittime sono quelle alle quali è stato chiesto di pagare il pizzo».
Ai reggiani cosa dice?
«Che non devono fare l’errore, che talvolta viene fatto, di fare l’equazione cutresi uguale mafiosi. Altrimenti si fa il gioco delle cosche. Si spingono alcuni a pensare che siano loro i difensori dei calabresi».
Il sindaco, e non solo lui, devono preoccuparsi? Vede un salto di qualità in quello che sta accadendo?
«Finchè si usa il piombo delle rotative e non quello delle pistole va bene. Ovviamente non ho idea se la cosca abbia in mente una strategia militare, ma non credo che in questo momento, di grande difficoltà, abbiano interesse ad alzare il tiro».
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