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Bracconaggio, servono pene più severe

di Mauro Pinotti
Bracconaggio, servono pene più severe

A “Carpitaly” di Gonzaga si farà il punto sulle squadre d’assalto dell’Est Europa. I pescatori: «Sono oltre 200 persone»

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Bracconaggio sul fiume Po: a che punto siamo? Anche in periodo di siccità del fiume, non si fermano le “scorribande” dei cosiddetti “predoni del Po” che, oltre a praticare la pesca di frodo, continuano a depredare anche barche e motori attraccate nei vari porti tra il Cremonese, la sponda reggiana e mantovana. Un fenomeno che continua a crescere nonostante i controlli sul fiume.

Così, dopo il partecipatissimo convegno che, l’anno scorso, a Gonzaga (Mantova) ha unito il mondo della pesca sportiva, forze dell’ordine e politico, anche per l’edizione 2016 di “Carpitaly” si torna a parlare dei predatori del Po. L’appuntamento è per sabato prossimo, 13 febbraio, alle 11.30 nella sala convegni del polo fieristico della Millenaria, quando la 18.ma fiera internazionale del Carpfishing e della Pesca al siluro aprirà i battenti proprio con una riflessione sul drammatico problema della pesca di frodo, che rappresenta un danno ambientale ed economico, oltre che una vera e propria emergenza sicurezza.

“Bracconaggio 2.0 un anno dopo: i fatti” è il titolo del convegno che vuole porre un punto al dibattito per passare alla verifica di azioni normative efficaci. Cos’è accaduto nell'arco del 2015?

«C’è stata una presa di coscienza da parte della politica, con due proposte di legge in corso di presentazione: una targata Pd e l’altra Lega Nord, anche se avremmo preferito che si unissero le forze – spiega Roberto Ripamonti – Dopo l'incontro di Gonzaga, anche i media nazionali si sono dimostrati sensibili al tema. Sul campo, però, resta una situazione drammatica. I pescatori di frodo sono in continuo aumento e hanno un’organizzazione militarizzata che supera ogni concetto di bracconaggio, ma pone un grave problema di ordine pubblico. E' finito il tempo delle chiacchiere, ora dalla politica ci aspettiamo fatti concreti».

I bracconieri che agiscono sul Po, per la gran parte provenienti dall'Est Europa e in particolare dalla Romania, sono oltre 200 secondo le stime delle associazioni di pesca e delle forze dell’ordine. Il Po è di gran lunga il più colpito, ma il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio. Anche a Roma (sul Tevere e nel laghetto Eur) e nel Meridione i bracconieri stanno depredando le acque. Si tratta di un gravissimo danno ambientale, a causa dei metodi di pesca invasivi (sul Po le reti a strascico), ma anche economico perché i fiumi si stanno impoverendo sempre di più e la pesca sportiva – un mercato sette volte più grande della pesca commerciale – rischia di scomparire.

I bracconieri sono organizzati in vere e proprie “squadre d'attacco”, ma sono numerosi anche i soggetti che si muovono singolarmente.  Si stima che mediamente ogni gruppo sia in grado di smerciare due carichi a settimana da 20 quintali ciascuno di pescato che in gran parte finisce sul mercato rumeno con profitti altissimi.

Ma i sospetti che il pescato illegale arrivi anche sulle tavole italiane attraverso una filiera illegale e priva di controlli, c’è. All’incontro di sabato 13 saranno presenti per il Pd, l’on. Marco Carra della Commissione Agricoltura e l’on. Diego Crivellari della Commissione Trasporti. Per la Lega Nord, l'on. Guido Guidesi della Commissione Bilancio e Alan Fabbri consigliere regionale dell' Emilia Romagna. Per il Movimento 5 Stelle, l'on. Davide Tripiedi della Commissione Lavoro e l'on. Vittorio Ferraresi della Commissione Giustizia. A rappresentare la pesca ci sarà il presidente nazionale della Fipsas-(Federazione Italiana Pesca Sportiva), Claudio Matteoli. Modera Roberto Ripamonti, giornalista specializzato, noto pescatore e punto di riferimento nel settore per il suo impegno nella lotta al bracconaggio. Le pene per questi reati, infatti, sono solo sanzioni amministrative, che per il 90% dei casi non vengono pagate. Per questo al convegno di Carpitaly verrà chiesto un impegno immediato e definitivo a livello parlamentare: il passaggio della pesca di frodo a reato penale e reato contro l'ambiente, con pene pesanti che facciano scattare il carcere e non solo multe e il ritiro immediato delle licenze di pesca.

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