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Baby squillo, undici anni alla mamma

di Martina Riccò
Baby squillo, undici anni alla mamma

Val d’Enza, ieri la sentenza di primo grado: la donna dovrà rinunciare al vincolo di parentela e dare 80 mila euro alla figlia

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VAL D’ENZA. Undici anni di reclusione e annullamento del vincolo parentale per aver costretto la figlia, minorenne all’epoca dei fatti, a prostituirsi. È stata condannata ieri, dopo un anno di interrogatori e udienze, la donna che dal 2012 al 2013 avrebbe organizzato degli incontri sessuali a pagamento alla sua bambina, all’epoca quindicenne, con decine di uomini maturi.

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La ragazza, ormai maggiorenne, non era presente in aula. Se l’odissea giudiziaria è terminata, infatti, lo stesso non si può dire della sua – infernale – fatica per riappropriarsi di una normale quotidianità. Da quando, nel 2013, è scappata di casa andando a chiedere asilo agli assistenti sociali, infatti, vive in uno stato di protezione. Per due volte il luogo in cui si trovava è stato scoperto da qualcuno della famiglia, e lei è stata costretta a spostarsi nuovamente. «Le ho telefonato appena i giudici hanno reso nota la sentenza – racconta l’avvocato della ragazza, che si è costituita parte civile nel processo, Marco Scarpati –. Era emozionata e molto contenta perché, oltre ai servizi sociali, anche il tribunale le ha creduto. Adesso potrà continuare il suo percorso». Lasciandosi alle spalle, si spera, il suo terribile calvario.

Anche ieri, infatti, dalle arringhe del pm Giorgio Grandinetti e dell’avvocato Marco Scarpati hanno fatto capolino dettagli talmente scabrosi da sembrare quasi irreali. Come il fatto, provato dalla carta d’identità della donna, che la ragazzina appena quindicenne era stata accompagnata da sua madre alla redazione di Reporter per pubblicare l’annuncio che le avrebbe procurato quei numerosi – e disgustosi – clienti.

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O come il fatto – emerso durante l’arringa del difensore della madre, il legale Andrea Davoli – che quegli uomini, in realtà, erano molti più di 60. E, ancora, che quando la ragazza era già sotto la tutela dei servizi sociali, la mamma le aveva portato dei completini intimi di pizzo (bianchi, neri, rossi...) corredati da un bigliettino che diceva: “Quando li indosserai pensami”. «Verrebbe voglia di non credere che un fatto così grave e contro natura sia veramente successo – ha detto, davanti ai giudici, il pm Grandinetti – eppure il racconto della ragazza non può essere in alcun modo contrastato. E la mamma non ha mai negato di sapere».

Al termine dell’udienza, i giudici hanno aumentato di un anno la pena chiesta dal pm e deciso che la madre, oltre a pagare tutte le spese processuali, dovrà dare 80 mila euro alla figlia e 40 mila euro all’Unione dei Comuni della Val d’Enza, che dal 2013 si occupa della ragazza sostenendone economicamente il ricovero e l’assistenza psicologica necessaria.

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