Dentro la crisi: l’edilizia ha perso un terzo del suo valore
Pelizzoni (Nomisma): «Settore ancora fragile in tutta Italia. Le coop hanno difeso l’occupazione ma sono poco elastiche»
REGGIO EMILIA. La perdita secca di valore nelle costruzioni è stata del 30% contro nemmeno il 10% dell’industria. È questo il differenziale che descrive la crisi che ha travolto e tramortito la realtà economica reggiana. Un dato analizzato poi in profondità tramite la comparazione tra 40 cooperative edile italiane - molte delle quali reggiane - e 300 società di capitali.
Bene: queste ultime, secondo gli esperti, in periodo di profonda crisi sono state più elastiche nel tentare di trovare una risposta al crollo del settore. Un’elasticità che ha a che fare con processi decisionali più snelli ma anche a tagli dell’occupazione più incisivi.
«Questa crisi è stato una bagno di sangue» è il giudizio senza fronzoli espresso da Chiara Pelizzoni, analista economico di Nomisma, società chiamata a studiare dieci anni di edilizia italiana messa sotto il microscopio su richiesta di Legacoop Emilia Ovest, che il 26 febbraio ha organizzato a Reggio Emilia gli stati generali del settore con il convegno «Costruiamo il futuro».
Un focus specifico e dettagliato sull'andamento cooperativo in questo ambito, sviluppato attraverso un'indagine condotta dalla società di studi che ha raccolto la sfida lanciata dalla cooperazione, decisa ad avere una base dati obiettiva.
«Legacoop ha dalla sua il polso della situazione e le indicazioni offerte giornalmente dal mercato di riferimento, che fatica a riprendersi - dice l’analista - Noi invece offriremo un’analisi comparativa dal 2005 al 2014 attraverso lo studio dei bilanci a livello aggregato».
In pratica uno studio che non rivela i casi singoli ma che compara le cooperative di costruzione a livello nazionale con le società di capitale che fanno il medesimo mestiere. «Queste 340 realtà devono aver raggiunto almeno una volta in questi 10 anni un valore della produzione tra 30 milioni di euro e 250 milioni di euro. Questo perché ci serviva capire le performance di settore in base anche alla diversa natura giuridica delle imprese. Non si tratta di aziende piccole né dei colossi del settore. Le caratteristiche vedono le 40 coop con fatturati singoli di 65 milioni di euro, più alti rispetto ai 55 milioni di euro delle spa, che però contano mediamente 169 dipendenti contro i 163 delle coop. Le spa hanno probabilmente performato meglio a livello aggregato ma guardando i grafici dello studi resta chiaro che la crisi è stata un bagno di sangue epocale».
La richiesta di fondo è capire quale tipologia di azienda edile sia stata capace di rispondere meglio alla débacle: se la spa o le coop, probabilmente anche alla luce di un’esperienza già acquisita, quella di Sicrea, società nella quale sono confluiti i rami di coop come Cmr e Orion, ma che non ha mantenuto la forma cooperativa virando verso la spa.
Soluzione che ha fatto storcere la bocca a molti cooperatori reggiani ma che al momento è stata giudicata la migliore per poter effettuare anche i continui passaggi societari.
«Noi non offriremo soluzioni alla crisi, solo dati di fatto - spiega Pelizzoni - le leve da muovere sono prerogativa delle aziende e della cooperazione. Possiamo dire che fino al 2007, ultimo anno del boom edilizio e picco massimo del sistema maggiormente drogato dal punto di vista finanziario, non ci sono state grandi differenze tra coop e spa. Poi i due andamenti hanno cominciato a divergere.
"Voglio precisare che nemmeno per le spa è andata benissimo. Basti pensare che i prezzi delle case dal 2000 al 2008 era cresciuto addirittura dell’80%. Da lì l’indice delle costruzioni poi è drammaticamente caduto. Nel 2010 c’è stata una ripresa dell’economia seguita dalla produzione industriale ma che non ha avuto effetto sulle costruzioni. Siamo quindi di fronte a un settore fragilissimo che fa bene ad interrogarsi sul sistema e sulle sue possibili vie d’uscita su scala nazionale».
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