Gli zuccherifici d’oro delle ex Reggiane
Haiti, 1978: ecco la più grande commessa di tutti i tempi
C’è tutta una storia, ed è una storia lunga, dietro all’enorme plastico in mostra al terzo piano dello Spazio Gerra nell’ambito dell’esposizione sui materiali d’archivio delle ex Officine Meccaniche Reggiane.
E’ la storia degli zuccherifici concepiti e realizzati a Reggio, una delle tante produzioni nell’epopea dello stabilimento. Paolo Zannoni, 79 anni, ingegnere, alle Reggiane c’è rimasto quarant’anni, dal 1965 al 2005. Una vita.
Ingegnere, ci parla degli zuccherifici targati Omi?
E' una storia molto lunga, iniziata quando io non ero neppure all'università. Io sono entrato alle Reggiane che erano già stati costruiti otto zuccherifici.
L’inizio di questa attività?
Tutto era partito tra il 1953 e il 1954 con un intervento modesto: un piccolo zuccherificio a Fontanellato, in provincia di Parma, dove era stato richiesto alle Reggiane un intervento per la manutenzione di alcuni macchinari, unito all'opzione di realizzarne di nuovi. Da lì è nata l'idea di fare qualcosa di più. Le Reggiane si avvalsero naturalmente di esperti esterni, per tutta la parte tecnologica. Ovvero, per capire come progettare prima e poi costruire questi impianti. Ci fu l'occasione di realizzare un zuccherificio nel sud Italia, a Policoro - immagino con finanziamenti della Cassa del mezzogiorno, dal 1960 le Reggiane entrarono nel gruppo Efim delle Partecipazioni statali - che ebbe un buon risultato.
E poi?
Da qui ci si rese conto di avere capacità di progettazione adeguata a seguire questi percorsi. E quindi, ne sono stati fatti altri. Per i primi, tutta la progettazione venne fatta completamente alle Reggiane. Poi ci fu un episodio strano. Nelle gare per quattro zuccherifici in Jugoslavia, siamo attorno al 1960-61, ci fu un accordo con l'Ansaldo San Giorgio che allora era nostra concorrente in Italia, soprattutto per i macchinari. Anche l'Ansaldo era ovviamente interessata a quelle commesse. Ebbene, ci fu accordo tra i direttori commerciali per collaborare, anziché farsi concorrenza: cinquanta per cento a testa, per fare in modo che lo sforzo economico e il contributo finanziario su questi impianti fosse diviso a metà.
Quello era export...
Quando arrivai io, nella seconda metà degli anni Settanta, si stava progettando l'impianto di Mandi Bahanddin in Pakistan, il primo da canna da zucchero. Poi è seguito quello in Iraq, più grande; qualche anno dopo, negli anni Ottanta, è stata la volta di Haiti.
Un mega-impianto.
Decisamente. Se ne cominciò a parlare nel 78, quando io fui chiamato dall'amministratore delegato per visitare alcuni zuccherifici in Haiti e che erano ormai fatiscenti e malmessi. La prospettiva era che le Reggiane si occupassero della revisione di quegli impianti, del loro potenziamento, della ristrutturazione. Visitai tre zuccherifici in pessime condizioni. Quando tornai, consigliai ai vertici di seguire un'altra strada: anziché intervenire sugli zuccherifici con macchinari statunitensi (a parte le misure in pollici, sarebbe stato per noi molto difficile lavorare con i pezzi di ricambio), consigliai di iniziare uno studio di fattibilità per offrire uno zuccherificio da canna, completamente nuovo. Da lì, nacque di fatto la più grande commessa della storia aziendale di questa provincia. Almeno fino a quei tempi, anche altre aziende realizzavano grandi impianti, ma non di quelle dimensioni.
Di che cifre parliamo?
La cifra iniziale era di 37 milioni di dollari, che poi con i vari extra ha superato i 40 milioni dell’epoc . Parliamo di 200 mila ore di officina, 50 mila di ufficio tecnico e 200 mila di indotto, che poi è quello che conta. L'assemblaggio venne fatto in loco, ma il 40% dell'impianto era stato fatto a Reggio.
Quando siete partiti?
Un anno lo si è perso in varie pratiche per i finanziamenti e le approvazioni dei vari enti, locali e nazionali. Poi, la costruzione è iniziata verso il 1980. Ci sono stati rallentamenti, dovuti alle opere civili che venivano fatte localmente da un'azienda haitiana, come previsto per contratto. Nel 1982 è iniziato il trasporto, spedizione e montaggio. Nel 1983 è partito l'avviamento, preceduto da un corso di istruzioni effettuato in loco per i sei sovrintendenti locali all'impianto; l'anno successivo il collaudo, passato al primo colpo.
E il seguito della storia?
Lo zuccherificio di Haiti ha funzionato sino al 1986, poi sull'isola successe un terremoto politico: il presidente fuggì avendo presagito un colpo di stato contro di lui e ci fu un periodo di assenza del governo e avvicendamenti continui. Lo zuccherificio rimase fermo: era di proprietà del ministero agricoltura. Finì nell'oblio, ma alla fine degli anni Novanta venne rimesso in funzione. Nel 2010 vi fu un terremoto terribile. I danni furono devastanti, ma l'impianto rimase pressoché intatto. Un anno dopo, nel 2011, lo zuccherificio fu riavviato, lavorò per una stagione ma poi venne fermato nuovamente, e da lì non ne ho più saputo niente.
E il mega-plastico?
L'idea non venne a me, ma all'amministratore delegato di allora, l'ingegnere Sebastiano Repetti. Fu lui a suggerirci di realizzarlo un plastico (inizialmente non previsto nei costi) perché avrebbe potuto esserci d'aiuto nella progettazione, nel montaggio e in altre attività. E in effetti fu così. Venne commissionato a una ditta milanese, la quale ci disse che un plastico così dettagliato e minuzioso non l'aveva ancora fatto, pur avendo lavorato per colossi come la Snam. Il plastico fu importante per noi e per l'azienda haitiana: fu utilizzato per vari scopi, e alla Fiera del Levante di Bari, l'azienda che lo realizzò lo espose come suo fiore all'occhiello.
L’ingegner Zannoni ha presentato questa storia allo Spazio Gerra con Adriano Riatti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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