«Ora non ce la faccio più Ho bisogno di un lavoro»
Canossa, una donna che vive con la figlia disabile. «Mi basterebbero alcune ore ma di notte non posso lasciarla sola. Vorrei una casa popolare come gli stranieri»
CANOSSA. «Non riesco più ad andare avanti. Chiedo solo qualche ora di lavoro, ma non di notte perché non saprei a chi lasciare mia figlia disabile». E’ la storia di Angela Clemente, casertana di 41 anni che da 3 vive a Ciano, dopo una turbolenta separazione dal marito. «Ho scelto Ciano – spiega la donna – perché mia madre da 20 anni abita a Traversetolo, ma là gli affitti sono troppo cari. Così ho trovato una casa qui, per 350 euro al mese».
I problemi, per Angela, iniziano quando si rende conto che la convivenza con il marito è diventata impossibile. Non a caso, a breve ci sarà un appuntamento in tribunale per le vicende che hanno portato alla separazione (ma questa è un’altra storia). Ogni mese la donna riceve soldi “pubblici” per pagare la retta della struttura di Pontenovo (San Polo) che ospita sua figlia dalle 8.30 alle 16.30, più una cifra dall’ex marito per il mantenimento, più 500 euro come “accompagnamento” della figlia. «Ma non ce la faccio più – spiega – tra affitto, utenze e spese varie, ultima della quale l’auto rotta. Da due mesi non riesco a pagare la retta del centro diurno di Pontenovo».
Angela Clemente ha una figlia di 21 anni. «Ha una forma di autismo molto grave – dice la madre – e non può essere lasciata sola. L’appartamento in cui viviamo lei ed io è piccolo e non è adatto alla disabilità di mia figlia, in particolare per il bagno (infatti la porto da mia madre per lavarla), ma non posso permettermi una casa più grande».
Che cosa chiede, la donna? «Un lavoro. Lo chiedo da tre anni. Un lavoro almeno per qualche ora al giorno, in modo da poter mantenere me e mia figlia. Qualcosa lo avrei anche trovato, ma gli orari di lavoro non vanno bene: mi hanno proposto di fare i turni di notte. Ma a chi lascio mia figlia durante la notte? Anche un bar di Ciano sarebbe disposto a darmi una mano, ma occorre essere là alle 5 di mattina, mentre mia figlia passano a prenderla alle 8.30, oppure potrei portarla io a Pontenovo alle 7.30. Insomma, prima delle 8 non riuscirei a essere al lavoro. E mi spiace, perché dalle 8 alle 20 potrei lavorare. Mia figlia resta a Pontenovo fino alle 16.30 ma potrei lasciarla là fino alle 20».
«E’ possibile che il Comune e i servizi sociali non riescano a darmi una mano? Forse basterebbe una lettera inviata dal Comune a qualche azienda, oppure un aiuto per andare a fare qualche ora nelle scuole, nelle cucine, nelle mense, in qualche struttura pubblica o privata. Mia madre mi ha detto che a Traversetolo, per il caso di un ragazzo in carrozzina, il Comune ha inviato qualche lettera ed è riuscita ad aiutare quella famiglia; lo stesso è avvenuto a Langhirano, dove abita mia zia, per aiutare una signora con due figlie. Il Comune di Canossa? Finora mi ha risposto che c’è la crisi e che sono tante le persone che chiedono un aiuto».
Oltre ad un posto di lavoro, la donna vorrebbe avere una casa del Comune in cui pagare una cifra di affitto più bassa. E in questo caso – come spesso accade – la “lotta” la si fa con altre persone in difficoltà. «Vedo che ci sono diversi extracomunitari che abitano qui vicino a casa mia, nelle case popolari. Finora mi sono sempre comportata bene e mi sono anche indebitata per riuscire ad andare avanti, ma ora sono costretta a cambiare atteggiamento: dovrò urlare e sbattere i pugni sul tavolo, come fanno gli stranieri. Mi spiace dover arrivare a questo punto, ma non ce la faccio più».
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