L'accusa chiede sei anni per il maresciallo Roberto Cesi
Il pm contesta concussione, violenza, minaccia, truffa e falso. L'avvocato difensore: «Ha evitato 2.500 querele, va ringraziato»
CORREGGIO. Sei anni di reclusione e 10 mila euro di risarcimento danni in sede civile a carico dell’ex comandante dei carabinieri Roberto Cesi. Queste la pena e la somma richiesta ieri da parte dell’accusa formulata dal pubblico ministero e dall’avvocato di parte civile durante la discussione nell’ambito del processo. Una giornata nevralgica, di passione e di svolta, con una requisitoria di due ore abbondanti del procuratore capo Giorgio Grandinetti e del sostituto Giacomo Forte, e circa tre di memoria difensiva da parte dell’avvocato di Cesi, Giuseppe Rossodivita.
Ore dense in cui sono stati scandagliati, punto per punto, i 27 capi di imputazione a carico del maresciallo Cesi, durante le quali è uscito un affresco riguardante vari aspetti della città di Correggio, dati i tanti versanti della quotidianità che si sono intrecciati con l’ex comandante. Il processo ha destato scalpore: ieri l’udienza ha richiamato, oltre a diversi carabinieri seduti tra il pubblico, anche una coppia di Massenzatico, venuta ad assistere per curiosità. «Siamo stati colpiti da questo caso e per noi è un diversivo per passare la mattinata», commenta la coppia, casalinga lei, pensionato lui.
Ad intervenire per primo, nella discussione, è stato il procuratore capo Grandinetti, il quale ha sottolineato un certo disagio personale nell’occuparsi del caso, dal momento che ha avuto modo di collaborare con Cesi, soprattutto quando era al reparto operativo dei carabinieri di Parma. E ha smentito sia un possibile intento ritorsivo, tema emerso nel dibattimento e nelle indagini preliminari, nei confronti delle iniziative intraprese da Cesi; sia la parzialità del colonnello Boccia, incluso dallo stesso Grandinetti, che voleva che le indagini fossero condotte al massimo livello. Fino ad arrivare alla formulazione della richiesta di pena: sei anni di reclusione per i reati di concussione, violenza privata, minaccia, omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia, truffa aggravata e falso ideologico.
Un comportamento, quello di Cesi, definito inquietante e di fortissima ingerenza, come ha dimostrato il pm Forte analizzando i capi di imputazione. L’avvocato difensore Giuseppe Rossodivita, ha ricordato che l’ex comandante per 20 anni ha ricevuto encomi e ha detto che non è vero, al contrario di quanto sottolineato dall’accusa, che il processo sia nato dalla denuncia di un privato, ma da un esposto anonimo che non contiene notizie precise di reato.
«L’unità di indagine – afferma Rossodivita – è stata impermeabile alle istanze, ad esempio, di acquisizione di tabulati telefonici per chiarire». Invece, la questione della caserma, è stata presa in esame dopo che era stata sollevata da voci di paese. Il legale di Cesi chiede anche che venga valutata l’attendibilità di alcuni testi, animati da astio verso il maresciallo, il quale – ha detto il legale – si è sempre distinto per avere adempiuto ai suoi doveri istituzionali.
«Avrà modi sbrigativi – ha aggiunto – ma sempre nell’assicurare il prodotto che la sua figura doveva garantire alla cittadinanza. Facendo una stima, con i suoi modi Cesi ha evitato che 2.500 querele pervenissero a questa Procura: è un servizio che il maresciallo ha reso al territorio. E invece di dire grazie, si mette sotto accusa il modo di essere carabiniere». Tra i temi-cardine della giornata, la mensa, la discussa vasca pagata da Unieco, i rapporti tra politici e maresciallo Cesi. Se ne è parlato a lungo, al termine di un processo che ha visto sfilare un’ottantina di testimoni e un centinaio di persone sentite. Il collegio di giudici ha deciso il rinvio a lunedì 21 marzo per consentire repliche.
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