Pino Giglio era la “cassaforte” del clan
La parabola dell’imprenditore: da “assoggettato” a organizzatore della “locale emilia”. Ora il percorso verso il pentimento
REGGIO EMILIA. E’ considerato uno degli organizzatori del clan emiliano, Giuseppe Giglio. Un imprenditore sotto il cui controllo passavano fiumi di denaro, in diretto contatto con Michele Bolognino - secondo la Dda di Bologna, uno dei capi dell’organizzazione - ma anche un punto di riferimento per il boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri avendo nel paese calabrese attività e interessi, tra cui un grande agriturismo, recentemente sequestrato.
E’ in questo contesto che va inquadrato il percorso di Giuseppe Giglio, Pino per tutti, trasferito dal carcere di Spoleto - dove era detenuto in regime di 41 bis, da oltre un anno - per una casa circondariale in una località segreta e posto sotto stretta protezione, mentre si inizia a parlare di lui come di un pentito. Dalla Distrettuale non arrivano smentite. «La procura non ha niente da dire» ha risposto il procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini, interpellato sulla notizia.
Ciò che sta crescendo tutt’intorno alla clamorosa svolta, ora, sono congetture e ipotesi su come una figura con il ruolo di Giuseppe Giglio potrebbe contribuire a capire dinamiche, rapporti, collegamenti della locale emiliana. Locale indipendente e autonoma - è stato detto più volte ed è questo il pilastro dell’impianto accusatorio elaborato dopo oltre 4 anni di indagine dai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi - da quella di Cutro, che vede al vertice “Mano di gomma”.
Per cercare di capire di chi stiamo parlando dicendo Giuseppe Giglio, bisogna riprendere in mano le carte dell’inchiesta Aemilia. Ma anche guardare indietro. Nell’ordinanza che ha portato al suo arresto, il 28 gennaio del 2015, Giglio viene inserito nella lista «degli imprenditori la cui parabola personale e professionale segna il passaggio da una condizione originaria di assoggettamento ad una consapevole e volontaria coiteressenza ai fini di espansione economica dei clan di riferimento». A raccontare di Giglio sono alcuni pentiti, che nel corso delle indagini sono stati sentiti. Si parla dell’imprenditore di Montecchio come di una «cassaforte», alla stregua di Palmo Vertinelli. Con un vantaggio, però, durante la sua ascesa come impenditore: che non aveva precedenti, mentre Vertinelli per un certo periodo ha dovuto fare i conti con l’indagine “Scacco matto”, dove è stato imputato ma dalla quale è risultato assolto. Il pentito Angelo Salvatore Cortese quando parla di Giglio dice: «Abbiam visto la disponibilità economica che avevano ste persone, e quindi c’abbiam trovato l’America. Loro erano consapevoli di questo qua, dice è meglio che teniamo buoni con tutti noi, tanto alla fine i 10 mila euro per loro non sono niente... Sia Vertinelli, sia Giglio, sia i Muto. Persone che io conoscevo che abitavano vicino a casa mia in Calabria, camminavano con camion con dei buchi di fianco, marci no, hanno fatto un salto di qualità». In Aemilia, ora però, Giglio viene definito «pienamente inserito nelle dinamiche criminali».
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