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Un impero cresciuto all’ombra degli Arena e dei Grande Aracri

Un impero cresciuto all’ombra degli Arena e dei Grande Aracri

REGGIO EMILIA. Sono 32 i capi di imputazione con cui il 48enne Giuseppe Giglio se la deve vedere nel processo Aemilia: per lui l’accusa, nel processo con rito abbreviato, ha chiesto una condanna a 20...

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REGGIO EMILIA. Sono 32 i capi di imputazione con cui il 48enne Giuseppe Giglio se la deve vedere nel processo Aemilia: per lui l’accusa, nel processo con rito abbreviato, ha chiesto una condanna a 20 anni.

Di lui parlano molti pentiti calabresi: da Luigi Bonaventura, Vincenzo Marino, Giuseppe Vrenna e Angelo Salvatore Cortese. E collocano la fortuna messa in piedi dall’imprenditore di Montecchio come cresciuta sotto l’ombra protettiva prima del clan Arena, poi di Nicolino Grande Aracri.

Secondo Cortese, le figure come quella di Giglio servivano a “Mano di gomma” «per fare soldi, per riciclare, buttare soldi e ti fanno far muovere milioni di euro».

Nel corso dell’ultimo anno, e sempre nell’ambito dell’inchiesta Aemilia, il nome di Giuseppe Giglio è tornato spesso all’attenzione. L’ultima volta a gennaio, quando è scattata una nuova ordinanza di arresto e un nuovo provvedimento di sequestro preventivo, anche nei suoi confronti. Qui Giglio e i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli vengono definiti «intranei non alla consorteria di Cutro, capeggiata dal boss Grande Aracri Nicolino, ma piuttosto alla struttura ’ndranghetista egemone in Emilia ed avente una connotazione imprenditoriale». E’ in questo quadro che, secondo gli investigatori, si devono leggere i ripetuti passaggi di quote societarie, che coinvolgono secondo l’accusa dei prestanome. E' Giuseppe Giglio, in un alcune intercettazioni con il padre Francesco, a dire: «Se ogni tanto vi trovate dentro alla società o vi trovate fuori... tu non devi preoccuparti!... Non ti preoccupare, di niente!».

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