Gazzetta di Reggio

Reggio

«Non abbiate paura della parola vagina ma della violenza»

di Martina Riccò
«Non abbiate paura della parola vagina ma della violenza»

“Le Mafalde” in scena con i celebri monologhi di Eve Ensler Il ricavato sarà devoluto all’associazione Nondasola

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REGGIO EMILIA. «Vogliamo far aprire gli occhi a tutti, fino a quando non ci sarà più bisogno di farlo, cioè fino a quando la violenza sulle donne non esisterà più».

A parlare così sono “Le Mafalde”, donne determinate e senza peli sulla lingua che hanno deciso di combattere questa battaglia a teatro, in modo divertente e dissacrante.

Ma chi sono Le Mafalde?

«Tre semplici ragazze: Giorgia Margini, Marianna Calia e Renata Montanari. Nel 2013, dopo aver partecipato ai progetti Vday di Modena e Parma, abbiamo deciso di fondare un coordinamento Vday per la provincia di Reggio Emilia. Da allora abbiamo portato “I monologhi della vagina” in giro per la provincia di Reggio».

Come mai avete scelto questo nome?

«Mentre pensavamo a come avremmo potuto chiamarci siamo incappate nel celebre fumetto di Mafalda di Quino. Mafalda ci è sempre piaciuta, perché rappresenta una donna con tutte le sue contraddizioni e imperfezioni, ma comunque unica. Da lì, Le Mafalde».

Perché portare in scena “I monologhi della vagina”?

«Lo spettacolo è tratto dall’omonimo libro della scrittrice e attivista statunitense Eve Ensler che, nel 1996, ha intervistato più di duecento donne circa le loro idee su sesso, relazioni, violenza. Questo testo ha rotto le prime barriere, sdoganando alcune parole tabù, come vagina, che facciamo tutti tanta fatica a pronunciare. Nel 1998 la stessa Ensler dichiarò che l’opera aveva assunto un significato ancora più intenso, segnando l’inizio di un vero e proprio movimento contro la violenza sulle donne. Oggi questo spettacolo viene messo in scena ogni anno in tutto il mondo».

Perché per affrontare il tema della violenza sulle donne si deve parlare di vagine?

«Perché la violenza si cela anche in una battuta, in un gesto o in frasi ambigue che noi donne a volte accettiamo. Con questi spettacoli vogliamo dar voce alle donne che provano vergogna: vogliamo che il vero scandalo sia leggere dell’ennesima donna picchiata e non nell’udire la parola vagina, o sentire parlare di mestruazioni, visite ginecologiche, peli. E il teatro è un mezzo fortissimo che ci permette di farlo».

Cosa c’è dietro gli spettacoli?

«Un grande lavoro che inizia a settembre. Dapprima facciamo un incontro di presentazione. Poi chi è interessato decide se recitare, e quindi dà la disponibilità per le prove, seguire la regia di un pezzo, la scenografia o darci una mano facendo la maschera in teatro, stando alla cassa o dietro le quinte».

Le attrici sono volontarie?

«Certo, come tutte le persone che partecipano alla realizzazione dell’evento. A volte le ragazze che si offrono di recitare non hanno alcuna esperienza teatrale ma decidono di mettersi in gioco per dare la propria voce ai monologhi che parlano di donne, come noi, come loro».

Quest’anno avete coinvolto anche il regista Fabio Santandrea, come mai?

«La violenza sulle donne, di fatto, riguarda anche gli uomini, quindi abbiamo voluto coinvolgere anche un uomo. E Fabio, con pazienza e tante buone idee, ci sta aiutando a creare un gran lavoro».

A chi andrà il ricavato delle serate?

«Come lo scorso anno, quando abbiamo raccolto 10 mila euro, devolveremo i soldi raccolti all’Associazione Nondasola Onlus che gestisce il centro antiviolenza del nostro territorio e svolge un lavoro grandioso accogliendo e sostenendo tante donne nell’uscita da situazioni di violenza, agita, nella maggioranza dei casi, nelle relazioni di intimità».

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