Gazzetta di Reggio

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Di fronte alla tragedia di un villaggio distrutto

di Adriano Arati
Di fronte alla tragedia di un villaggio distrutto

Gli studenti reggiani a Lidice, paese annientato dai nazisti per rappresaglia I ragazzi dello Spallanzani: «Disumano uccidere un uomo, figuriamoci un bimbo»

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PRAGA. "Disumano". "Terrificante". "Perverso". Quando pensano alla vicenda del villaggio di Lidice, sono queste le parole che segnano le teste delle ragazze e dei ragazzi del Viaggio della Memoria 2016 di Istoreco in svolgimento a Praga, come sempre raccontato dagli stessi protagonisti sulle pagine della Gazzetta di Reggio. In tre settimane oltre mille studenti delle superiori della provincia visiteranno la Repubblica Ceca, il campo di Terezin e, appunto il campo di Lidice. Un piccolo villaggio di 500 persone annientato dai nazisti come rappresaglia per l'uccisione di Reynard Heydrich, la mente della soluzione finale, ucciso a Praga da resistenti cecoslovacchi nel maggio 1942.

Una falsa pista condusse le indagini della Gestapo verso Lidice, e la necessità di dare una risposta a Hitler in persona fece sì che la verità venisse nascosta, trasformando Lidice in "colpevole". La punizione? Tutti gli uomini fucilati sul posto, le donne deportate, i bimbi o uccisi in camere a gas o "germanizzati". Tutte le case abbattute, le fondamenta strappate, gli alberi tagliati, il fiume deviato nel suo corso. Annientamento totale. Di questa devastazione, la traccia più dolorosa è quella dei bimbi: 82 uccisi, altri adottati da famiglie tedesche e tutt'ora, a oltre 80 anni, inconsapevoli della loro origine.

Conoscere questa storia, e i tanti violentissimi dettagli che la compongono, ha segnato i ragazzi. «L'uccisione dei bambini è stata una delle attività più terrificanti compiute dal regime nazista», scrivono Luca Carlomagno e Riccardo Tognoni della 4E del liceo scientifico Ariosto-Spallanzani. «Partecipare alla visita a Lidice e vedere il monumento dei bambini uccisi come rappresaglia ci ha colpiti nel profondo della nostra coscienza: mai più alcun bambino dovrebbe perdere la sua vita per la perversione di potere e rispetto di alcuni personaggi politici». Perché, spiegano, è «disumano solo immaginare la scena dell'uccisione di un uomo, figuriamoci di un bambino innocente».

Sensazioni simili per il loro compagno di classe Edoardo Reverberi: «Stando in piedi nel mezzo di questa distesa di silenzi a Lidice, si sente tutta l'assenza di vita che investe la vista e tramortisce i sensi. Non è morte consapevole, non è fine attesa e ormai inevitabile». È qualcosa di più: «E’ un tuono che spacca il cielo, un sussulto che toglie la speranza nello spazio di un'istante; la disgregazione dei sogni, che rimangono sospesi, come un urlo di paura inchiodato nel petto da una pallottola. È la fine di un bambino, che non sa nulla del mondo degli usurpatori e dei tiranni, che vuole solo tornare fuori a giocare al pallone e niente più».

E confrontarsi con questa crudele intensità non è facile: «Noi non conoscevamo nessun protagonista di queste storie, né possiamo dire di averlo conosciuto ora, ma li sentiamo tutti: li abbiamo immaginati, guardati nelle sagome delineate nelle nostre menti, trovati nei nostri sentimenti», continua Edoardo. E in fondo, e per fortuna, «questa è la memoria: non ricordarsi il nome, i volti, le date, ma ricordarsi le emozioni struggenti e le surreali esperienze, le storie di uomini che erano noi in altri tempi e luoghi e che sono maturati in noi per darci la consapevolezza della realtà e della storia».

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