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viaggio nel cuore del degrado

«Dopo il gas, l’acqua: vogliono farci andar via»

«Dopo il gas, l’acqua: vogliono farci andar via»

REGGIO EMILIA. L'occhio ci scruta dall'altra parte dello spioncino per interminabili secondi. «No, non parlo, tanto è inutile, qui non cambia nulla», dice l'anziano signore italiano che alla fine...

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REGGIO EMILIA. L'occhio ci scruta dall'altra parte dello spioncino per interminabili secondi. «No, non parlo, tanto è inutile, qui non cambia nulla», dice l'anziano signore italiano che alla fine apre la porta per riluttante cortesia. Rassegnazione - a braccetto con la consapevolezza che non c'è mai limite al peggio - e incredulità ("l'acqua è un bene vitale, non è possibile che la tolgano", commenta la novantenne Giorgia Taroni, immobilizzata su una poltrona) è l'aria che si respira ai civici 29, 31 e 33 di via Turri, dove Iren minaccia il distacco anche dell'acqua fredda causa morosità, come comunicano una serie di lettere recapitate a mano in questi giorni da Iren.

Graffiti di ogni tipo, lavatrici abbandonate su pianerottoli slabbrati, serrature forzate da occupanti abusivi senza volto sono solo alcuni dei segnali dell'abbandono e del degrado che qui dominano da almeno quattro lustri. Con la differenza che, rispetto all'anno scorso quando scoppiò il caso del distacco del riscaldamento sempre per morosità, gli avvisi di messa all'asta affissi alle porte degli appartamenti si sono ridotti al lumicino: la maggior parte dei campanelli non ha nemmeno l'elettricità, a dimostrazione che la recente bufera ha spazzato via i disperati, lasciando molti interni sfitti. Chi ha potuto andarsene, l'ha già fatto da tempo.

Abdelraman Gannouni, un tunisino del condominio 29 - una mappa non scritta del quartiere prescrive che più ci si avvicina alle palazzine con il numero "2" davanti più ci si trova tra i privilegiati, per così dire -, mostra la comunicazione appena arrivata da Iren e intestata al condominio, composto da 11 stranieri e 4 italiani (ma quasi mai i nomi sui campanelli corrispondono ai reali domiciliati). Il foglio recita 28.922 euro di insoluto ed elenca le fatture scadute e regolarmente inviate all'amministratore: una del 2013, quattro del 2014, la maggior parte del 2015. «Sono in Italia da più di 30 anni, vivo qui con mia moglie, sono in cassa integrazione. La lettera è intestata al condominio, non è individuale, io non c'entro nulla: le spese condominiali sono comprese nell'affitto che pago al proprietario, passato da 320 a 370 euro proprio per questo».

Il refrain si ripete per gli altri condomini: tutti hanno pagato, a parole ovviamente, "chiedete al padrone di casa", dichiarano un senegalese e una cinese. Il colpevole è sempre qualcun altro.

Nella palazzina 31 (8 stranieri e due italiani), un reggiano di 49 anni mostra le tre stufe che ha piazzato in ogni stanza angusta dopo l'affaire riscaldamento e accusa apertamente i proprietari: «Sono gli stranieri che hanno rovinato il quartiere, portando questo degrado schifoso. Nel mio piano ci sono nove prostitute rumene, in un altro appartamento ci abitano 15 africani: ne vedo due uscire con le valigie, e altri cinque entrare, sempre con le valigie. Si immagina che consumo di acqua fanno, in tali condizioni di sovraffollamento? E io dovrei pagare anche per loro? La colpa è dei proprietari reggiani menefreghisti, che affittano a chiunque, basta che ogni mese arrivi l'entrata». Poi aggiunge: «Per me questa novità dell'acqua l'hanno inventata per fare piazza pulita e rifare il quartiere».

«Per colpa di chi non paga ho dovuto installare un boiler e una stufa, costo 2.200 euro. Ma come si fa senz'acqua? Dovremmo portare bottiglie anche per lavarci e cucinare», dice l'anziana Giorgia Taroni al civico 33, il più grande: 21 inquilini, 15 stranieri e 6 italiani. Un reggiano di 71 anni, residente qui dal 1978, allarga le braccia sconsolato, accanto all'amico 67enne che si è rifiutato di commentare: «Qui la situazione è vergognosa: negli anni abbiamo assistito a ogni piaga sociale. Sopra di me pochi giorni fa hanno venduto un appartamento a 15mila euro, per disperazione: 15mila euro! Ma credo che l'acqua ce la lasceranno, non possono fare il deserto. Non metta il mio nome, mi raccomando, ho paura di ritorsioni».(am.p.)

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