Gazzetta di Reggio

Reggio

«Mesiano non era al servizio del clan Grande Aracri»

di Jacopo Della Porta
«Mesiano non era al servizio del clan Grande Aracri»

Processo Aemilia, gli avvocati dell’ex autista del questore hanno chiesto l’assoluzione

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REGGIO EMILIA. «Non c’è alcuna prova che Domenico Mesiano fosse al servizio del clan». Gli avvocati Vincenzo Belli e Gaetano Insolera hanno parlato per quattro ore nell’aula bunker di Bologna, dove si sta celebrando il processo Aemilia con rito abbreviato, la cui sentenza è attesa a partire dal 22 aprile, quando saranno concluse anche le repliche.

I difensori hanno ribadito che a loro avviso non c’è un solo elemento che può far ipotizzare che l’ex autista del questore di Reggio facesse parte del sodalizio mafioso sgominato dal blitz del gennaio 2015. Per il poliziotto l’accusa ha chiesto la condanna a 12 anni e 8 mesi, in quanto sarebbe stato agli ordini del clan Grande Aracri.

Gli avvocati hanno ricordato che il Riesame ha già ritenuto infondate queste accuse. Il tribunale aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per i reati più gravi: l’associazione mafiosa e le minacce alla giornalista del Carlino Sabrina Pignedoli. Il Riesame aveva annullato anche l’aggravante mafiosa per l’altro reato che gli viene contestato, l’accesso abusivo al sistema informatico, per il quale fu mandato ai domiciliari dopo la scarcerazione, prima che tornasse del tutto libero.

Per quanto riguarda le minacce alla giornalista Pignedoli, alla quale il poliziotto in una telefonata del 15 gennaio 2013 disse di smettere di occuparsi dei Muto, perché erano suoi amici e perché gli stessi non gradivano, Belli ha sostenuto che «la frase pronunciata da Mesiano non si estrinseca come una minaccia, tantomeno come una minaccia mafiosa».

I legali hanno anche detto che non c’è stato alcun accesso abusivo ai sistemi informatici al fine di girare informazioni al clan.

«Alla luce dell’inconsistenza del quadro probatorio» i difensori hanno chiesto l’assoluzione per il loro assistito. Stessa richiesta avanzata ieri mattina dall’avvocato Nicola Tria, che assiste Antonio Blasco, per il quale l’accusa ha chiesto 4 anni per essersi intestato fittiziamente dei beni del padre Gaetano al fine di sottrarli alle misure di prevenzione. Il legale ha sostenuto che in quell’intestazione non vi fosse un fine elusivo da parte di Blasco e che non siano stati compiuti reati tributari.

Ieri è stato fissato il calendario delle prossime udienze. I difensori di Giuseppe Giglio, che l’imprenditore ha cambiato dopo aver deciso di collaborare con la giustizia, parleranno a fine marzo, mentre i legali degli altri imputati concluderanno i loro interventi lunedì. Ad aprile ci saranno alcune udienze per le repliche di accusa e difesa e dal 22 inizierà la camera di consiglio che porterà all’attesa sentenza (mentre nel frattempo dovrebbe essere già iniziato il processo a Reggio).

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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