Gazzetta di Reggio

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"Io, con lui a Zurigo nel suo ultimo viaggio"

di Roberto Fontanili
"Io, con lui a Zurigo nel suo ultimo viaggio"

Reggio Emilia, è il racconto di chi ha aiutato un amico in carrozzina a realzzare la sua scelta: il suicidio assistito

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REGGIO EMILIA. “Come data per il suo addio aveva scelto il compleanno della moglie, per farle un regalo e renderla libera. Ma non è stato possibile e allora ha deciso per il 25 aprile, il giorno della Liberazione. Della sua liberazione dal dolore e dalle sofferenze e per non sentirsi un peso”. Comincia così il racconto, ancora oggi sofferto, di chi in un aprile di tre anni fa accompagnò in Svizzera un amico carissimo che aveva scelto con il suicidio assistito di porre fine alle proprie sofferenze. “Una scelta ponderata e consapevole”, sottolinea l’amico del sessantenne che, colpito da Sla, in meno di due anni si è ritrovato su una sedia a rotelle e davanti a sé una diagnosi infausta e che per andarsene ha scelto la “dolce morte”. Dopo qualche dubbio ha accettato di raccontarci come ha vissuto quella esperienza, chiedendoci, per rispetto di chi non c’è più, di garantirgli l’anonimato.

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Com’è arrivato il suo amico a questa scelta?

«Ha accettato la Sla fino a quando si è ritrovato su una sedia a rotelle, ma fin dall’inizio ha sempre detto che non avrebbe accettato di vivere immobilizzato in un letto. E’ così che giorno dopo giorno ha maturato la sua scelta. Attraverso un amico comune, si è messo in contatto con l’associazione Exit Italia che gli ha indicato la procedura da seguire. Ha quindi mandato la documentazione medica alla Clinica Dignitas di Zurigo e, in poco tempo, è stato contattato».

A questo punto, si è preso tempo per riflettere?

«Pochissimo tempo dopo la risposta della Dignitas ha deciso di partire e ha voluto avere con sè la moglie e i suoi amici più cari. Ha sempre voluto farla finita velocemente. E così è stato. In un solo week end».

Come avete vissuto il momento dell’arrivo?

«Siamo arrivati in albergo il giorno prima della data fissata per l’ingresso in clinica. In albergo ci attendeva un medico che l’ha sottoposto a una prima visita e a un ulteriore controllo delle cartelle cliniche. In quell’occasione c’è stato il primo colloquio e il tentativo da parte del medico di dissuaderlo. Davanti al suo no, il medico, che parlava l’italiano, gli ha dato appuntamento alle sette del mattino dopo per avere conferma della sua scelta».

Come avete trascorso la serata?

«Potrei dirle una cena normale tra amici, davanti a una birra e una pizza. Ma non è così. Tutti pensavamo che sarebbe stata l’ultima cena e al tempo stesso nessuno di noi credeva che potesse succedere, che se ne sarebbe andato davvero. Ma questo ce lo siamo detti dopo. Era il 24 aprile e finita la cena siamo andati nella sua camera a guardare una partita di calcio. Siamo rimasti fino a tardi. Quasi che nessuno volesse andarsene. Poi è rimasto da solo con la moglie».

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Cosa ricorda di quel 25 aprile di tre anni fa?

«Mi è rimasto scolpito in testa. Ci siamo alzati tutti presto e alle sette è tornato il medico che ha cercato di convincerlo a ripensarci dicendogli che poteva dare ancora tanto alla sua famiglia. Lui ha nuovamente risposto di no. A quel punto siamo andati insieme a fare colazione e alle 10.30 sono arrivati gli incaricati della Dignitas per accompagnarlo in una villetta in una piccola zona industriale».

E’ andato da solo?

«No, ha deciso di avere con sé gli amici e la moglie. L’abbiamo accompagnato per quelle poche centinaia di metri che ci dividevano dall’albergo, spingendo la sedia a rotelle. Sembrava una casetta di villeggiatura e invece era il luogo dove avrebbe messo fine alle proprie sofferenze. A tutti quelli che sono entrati sono stati chiesti i documenti. Noi eravamo i testimoni e lui ci teneva che ci fossimo tutti. La cosa che mi colpito è che gli incaricati del Dignitas gli hanno detto più volte che poteva prendersi tutto il tempo che voleva. Che non c’era fretta».

Poi cosa è successo?

«Dopo un po’ è iniziata la procedura. Gli hanno dato una sorta di calmante che predispone ad assumere la pozione letale. In ogni momento, anche dopo averla bevuta, gli hanno detto che avrebbe potuto decidere di fermarsi. Gli hanno chiesto ancora una volta se era convinto di andare avanti. E lui ha risposto di sì».

Che ricordo ha di quella villetta?

«Il tutto è avvenuto in un ambiente molto semplice, ordinato, una cameretta, un letto, un comodino. Può sembrare un paradosso, ma c’era serenità, tanta umanità e tanta discrezione. Una villetta blu, anonima, isolata, senza alcuna insegna, immersa in un bellissimo paesaggio».

E quando è arrivato il momento del commiato?

«Non è stato facile. Abbiamo pianto tutti, condiviso gli ultimi ricordi, le ultime sensazioni. Poi siamo usciti per lasciarlo solo con la moglie, che quella decisione inizialmente l’ha subita, ma poi ha compreso. Era quasi mezzogiorno ed è stata lei a chiamarci. “Ragazzi venite, è arrivato il momento di salutarlo”. Gli hanno portato il vassoio con la pozione letale e gli hanno ripetuto che poteva ancora fermarsi. Dopo avere bevuto, invece, non sarebbe stato più possibile tornare indietro».

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Ed è arrivato il momento più duro…

«Due dita di liquido trasparente in un bicchierino di plastica perché non riusciva più a sollevarne uno di vetro. Troppo pesante per lui. Gli hanno fatto firmare una dichiarazione per la polizia. C’è stato un silenzio pesante, durato pochi minuti, poi ha preso il bicchierino e l’ha bevuto tutto di un fiato, quasi con rabbia. Dopo poco ha iniziato ad avere sonno. Se n’è andato in cinque minuti, abbracciato alla moglie. Si è addormentato e non si è più svegliato. Poco dopo sono arrivate tante persone. Il medico per il certificato di decesso, la Polizia e ancora gli addetti che hanno spostato il suo corpo per la cremazione»

Quando siete rientrati in Italia?

«Lo stesso giorno. Noi amici, la moglie, e anche la sua carrozzina. E’ stato un viaggio strano. Nessuno parlava di lui, cercavamo di parlare d’altro, ma il pensiero era rivolto esclusivamente a ciò che era accaduto. Ho riflettuto sul fatto che era avvenuto tutto con la massima serenità e che aveva avuto il tempo di salutare la moglie e gli amici... Pochi giorni dopo sono arrivate le sue ceneri».

Voi amici che lo avete accompagnato siete rimasti uniti o quanto accaduto vi ha allontanati?

«Tra noi l’amicizia si è rafforzata e siamo rimasti in contatto anche con la moglie. Ne abbiamo parlato più volte e ci siamo chiesti tante volte se avevamo fatto bene ad assecondarlo... Ma lui non voleva aspettare e alla fine ci siamo convinti di avere fatto bene. In realtà quando ci troviamo non parliamo mai di quel momento, ma parliamo tanto di lui».

Cosa le è rimasto dentro di quell’esperienza?

«E’ difficile descrivere i sentimenti che si provano, è una cosa sconcertante. Ma sono convinto che ognuno deve avere la possibilità di scegliere e deve avere il diritto di dire basta alle sofferenze sue e dei suoi familiari. Se fosse qui direbbe: io ho vinto la malattia».
 

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